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7 minuti
Ottavia Piccolo in una scena del film

Undici operaie, rappresentanti sindacali, vengono convocate dai datori di lavoro. L’azienda sta per essere ceduta a un colosso francese del settore. Alla trattativa partecipa Bianca, la più anziana, anche in rappresentanza delle altre 300 donne che lavorano nella fabbrica.
Bianca, al termine della riunione, dovrà riferire alle undici compagne le conclusioni dell’incontro, e insieme dovranno votare un sì o un no all’accordo.
Ispirato a una storia vera avvenuta Oltralpe e alla pièce teatrale di Stefano Massini, “7 minuti“, con la regia di Michele Placido, è un film che ti colpisce allo stomaco. Il tema della perdita del lavoro e, soprattutto, della dignità dei lavoratori, calpestata e offesa, viene squadernato in modo asciutto e senza ammiccamenti.
Le undici operaie rappresentano un campione variegato della forza lavoro al femminile. Oltre alla veterana Bianca, una bravissima Ottavia Piccolo, ci sono la coetanea Ornella (Fiorella Mannoia) e sua figlia Isabella (Cristiana Capotondi); Marianna (Violante Placido), la ragazza che ha avuto un infortunio in fabbrica e che gira sulla sedia a rotelle; Greta (Ambra Angiolini), Angela (Maria Nazionale), Hira (Clémence Poésy) la giovane albanese molestata sessualmente dal capo; Kidal (Balkissa Maiga), Micaela (Sabine Timoteo) e Alice (Erika D’Ambrosio).
Ciascuna di loro porta sulle spalle il peso di un’esistenza difficile: mariti e figli disoccupati, bambini da mandare a scuola, relazioni complicate, tossicodipendenze, problemi di integrazione. Nelle poche ore in cui dovranno prendere la decisione da riferire ai capi, si scatena una guerra senza preclusione di colpi. Tutte contro tutte, l’una che rinfaccia all’altra presunte connivenze col padrone, sudditanze e complicità al ribasso. Una guerra tra povere, in cui battute velenose si alternano a scatti d’ira, in cui si arriva alle mani e ci si piglia per i capelli. Ma anche una presa di coscienza collettiva su quanto peserà la loro scelta, accettare o meno il compromesso offerto dall’azienda, non solo sul futuro loro e delle loro famiglie, ma pure su quello delle compagne rimaste fuori ad aspettare l’esito della trattativa.
Il film, oltre che ricordare quello dei fratelli Dardenne “Due giorni, una notte“, è sulla scia di un altra pellicola di cui si discute molto in questi giorni: “Io, Daniel Blake” di Ken Loach. Lì si parla di un pensionato con gravi problemi cardiaci che non riesce, a causa di lentezze e assurdità burocratiche, né ad avere un sussidio d’invalidità né un assegno di disoccupazione per tirare avanti. Ma, sia nel film del grande regista britannico che in quello di Placido, il liberismo selvaggio e le sue relative conseguenze, la fanno – è il caso di dirlo – da padrone.
Tutte straordinarie le interpreti e bravissimo Michele Placido, non solo nel dirigere il film ma anche nei panni del “capo” paterno e paternalista che però è pronto a svendere, senza troppi rimorsi, baracca e burattini.
Consigliatissimo, con buona pace del critico Mereghetti e della sua non proprio benevola recensione.

7 minuti” di Michele Placido (Italia-Francia-Svizzera 2016)

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