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Ecco il seguito e la conclusione di “Sul filo del rasoio”. Scritto un anno dopo, 13 novembre 2010

Dall’assassinio di Lima (12 marzo 1992) alle bombe di Milano e Roma del luglio 1993, attraverso le uccisioni di Falcone e Borsellino, trascorrono diciotto mesi. E’, all’incirca, il periodo che va dalle elezioni del 1992 a quelle del 1994; le ultime con il sistema proporzionale e le prime con il sistema maggioritario: le ultime della “prima repubblica” e le prime della “seconda”.

In quel periodo, l’instabilità e l’incertezza arrivarono davvero ai massimi livelli. Tutti vedevano e capivano che un assetto durato per decenni non reggeva più, e nessuno poteva nutrire certezze per il futuro. Non sorprende che anche la mafia se ne rendesse conto e, come chiunque altro, cercasse di orientare il corso degli eventi nel modo che riteneva più favorevole; impiegando le proprio risorse che, come è noto, sono piuttosto “eccezionali”.

Tuttavia non è affatto necessario (anzi, è superficiale e schematico pensarlo) che in condizioni di incertezza tutti abbiano in mente una strategia; un obiettivo sì, ma non sanno se e come è possibile raggiungerlo, come a “mosca cieca”. Si vuole segnalare la propria presenza e condizionare i comportamenti degli altri; amici o nemici che siano. Può accadere che qualcuno si senta scoraggiato (Andreotti che dopo Falcone lascia perdere il Quirinale), un altro invece sollecitato (Berlusconi non ancora deciso a “scendere in campo”).

E’, quindi, una sciocchezza affermare o ipotizzare “accordi” o “trattative”: sia che si cerchi un coordinamento  fra gli attentati della mafia e le decisioni di Berlusconi; sia che si sposti l’imputazione di “intesa con la mafia” da Berlusconi (o chi per lui) a Conso (o chi per lui) se non allo Stato come tale. Per la semplice ragione che non si tratta di “intese”, ma di reazioni di fronte ad atti che non si possono ignorare.

Le reazioni sono diverse da parte di diversi attori perché diverse sono le loro intenzioni; ma anche fra quanti hanno identiche intenzioni si trova chi inclina verso una rigidità che può risultare avventuristica e chi verso una prudenza che può sfociare nella resa. Anche chi non esita a metter mano alle peggiori violenze – come la mafia – non sa quale sarà il “punto di caduta” che potrà considerare “conveniente”, o quello al quale sarà “costretto” ad adattarsi.

Il libro Anatomia di un istante di Javier Cercas, sul golpe militare in Spagna del febbraio 1981 è, da questo punto di vista, esemplare. Non solo descrive la gamma delle intenzioni e delle possibilità dei diversi attori a cominciare dai golpisti; ma squaderna i mutamenti che si verificano nelle persone e nei loro ruoli, nel loro modo di valutare e reagire via via che le vicende si svolgono. Per cui capita che un imbroglione o un impostore diventi un eroe, come il “Generale della Rovere”, o un uomo retto si disperda e si corrompa; che un mascalzone riesca infine a far “quadrare il cerchio”, o che – al contrario – un eroe, vero o presunto che sia, provochi qualche catastrofe…. e così via.

 

 

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