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La Rivista Intelligente

Ti aspettavo

Ti aspettavo in fondo alla strada nella pioggia
andavo a capo chino ti vedevo lo stesso
ma non riuscivo a sfiorarti la mano

Ti aspettavo su una panchina le ombre degli alberi
cadevano sulla ghiaia fresca
come anche la tua ombra mentre ti avvicinavi

Ti aspettavo una volta di notte sul monte
crepitavano i rami quando li hai scostati
dal tuo viso e mi hai detto che non potevi restare

ti aspettavo a riva con l’orecchio incollato
a terra sentivo il tonfo dei tuoi passi
sulla sabbia morbida poi si fece silenzio

ti aspettavo quando arrivavano i treni lontani
e le persone tornavano tutte a casa
mi hai fatto un cenno da un finestrino e il treno non si è fermato

 

Agota Kristof è la poesia che registra il segno lasciato, che vede l’orma di una presenza e la rileva, che dà corpo a un ricordo, a una assenza, a una percezione, e ne scrive. È una poesia piena di natura – boschi, alberi, sabbia, cielo, luna – e con essa di animali, persone, stagioni. Ma soprattutto colori: prevale il bianco, delle mani, dei muri, delle notti, delle case, delle città, del vino, della polvere, e il blu delle teste dei cardi, delle ali delle nubi, del lago, il giallo dei lampioni, della strada. Il colore pervade molti versi come a dare un confine netto alle cose e una continuità, come a dire che nulla finisce finché è colorato, esistente, visibile. Non è la poesia dell’attesa, bensì dello svolgersi dell’attesa e della presenza durante una assenza, del cenno persistente di una presenza. È lo poesia che trascrive l’andare, non il non ritorno, un andare costante, quasi un divenire. La morte stessa, spuntando qua e là nei versi, è presenza, è vita irreale – “[…] le antiche vie erano polverose e fiorite / da qualche parte io ho / fratelli che vivono irrealmente come i morti […]” – la “Certa” diviene talvolta la culla dei ricordi, dei “tanti morti volontari”, un luogo per la vita irreale: “[…] E amo gli amici morti che / non sono riusciti a sopportare / la lontananza e bella è la corda /quando culla corpi freddi / e bello è il veleno il gas il coltello. […]”. Nelle liriche di Agota, come nella prosa, c’è un senso di bellezza per la vita negli aspetti della natura fin nei dettagli più inutili del quotidiano, un amore per l’esserci delle cose e il poterle guardare e farle affiorare alle labbra e al contempo un rilascio indolore di tutto, persone, natura cose, a una zona di costante presenza immateriale permeata comunque di sopravvivenza perché destinata a un continuo inizio: “[…] non c’è fine solo inizio di nuovo / vita / senza speranza senza meta senza direzione […]”. Le parole nei versi di Agota Kristof sono quel mondo secondo dove la poeta ha deciso di sostare quando il mondo diviene insostenibile, una zona non meno dolorosa ma in cui la parola poetica nominandole richiama a vita cose e persone con il loro nome, con il loro colore.

Agota Kristof, Chiodi, Casagrande, Bellinzona, 2018

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