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Bon compleano Giacometo Joyce!
James Joyce a Trieste

James Augustine Aloysius Joyce è nato il 2 febbraio 1882

The Prince Le Monade (Le Stupidaggini), Cagacity (serve traduzione?) sono solo alcune delle parole in triestino che si trovano nel Finnegans Wake, assieme a termini in decine di lingue, tale da renderlo tanto affascinante quanto quasi illeggibile. James Joyce amava lo studio delle lingue, la prima che impara è l’italiano, a 9 anni. Poi imparerà tra le altre il francese, il greco, l’ebraico. Il russo, il giapponese, il cinese, il finnico, il danese, il latino.
Con l’irlandese invece ha un brutto rapporto. Prende alcune lezioni da Patrick Pearse, che sarà poi uno dei leader della rivolta di Pasqua a Dublino, ma abbandona dopo poche lezioni definendola “Una lingua inutile”. Non gli va giù poi che il professore denigri l’inglese. La goccia che fa traboccare il vaso è quando Pearse gli dice che la parola thunder, tuono, fragore è inadeguata ad esprimere il senso del rumore. James che ama la parola se lo legherà al dito e nel Finnegans Wake concepirà le famose parole da cento lettere per descrivere appunto il grande rumore. Tra queste bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonnthunntrovarrhounawnskawntoohoohoordenenthurnukcon la quale potete divertirvi cercando la parole tuono in diversi idiomi.
Diverso invece è il suo amore per il triestino. A Trieste James e Nora arrivano il 20 ottobre 1904, tranne piccole interruzioni ci resteranno per 10 anni. Joyce ama Trieste, ama la sua multiculturalità, ama le sue osterie. Scriverà, sempre nel Finnegans, “trieste, ah trieste ate I my liver”. Ama il triestino, lo parla con i figli e soprattutto lo interiorizza riuscendo a giocare con le parole. Una testimonianza sono le sue lettere, tra cui quella del 1921 in cui chiede a Italo Svevo, che aveva conosciuto alla Berlitz School dandogli lezioni di inglese, di fargli avere delle cose che aveva lasciato a Trieste o quella del 1939 a Livia Veneziani, moglie dello scrittore.

Parigi, 5 gennaio 1921
Caro signor Schmitz. L’episodio di Circe fu finito tempo fa ma quattro dattilografe rifiutarono di copiarmelo. Finalmente si presentò una quinta la quale, però, lavora molto lentamente sicchè il lavoro non sarà pronto prima della fine di questo mese. Mi si dice conterrà 170 pagine forma commerciale. L’episodio di Eumeo il quale è quasi finito sarà pronto anche verso la fine del mese.
Secondo il piano stabilito dal mio avvocato a Nuova York Ulisse uscirà colà vero il 15 giugno p.v. in un’edizione privata e limitata a 1500 esemplari, dei quali 750 per l’Europa. Il prezzo sarà di dollari 12.50 risp. 6 sterline l’esemplare. Percepisco 1000 sterline come “tacitazione”. Contemporaneamente però si preparano articoli ed articoli per sfondare la cittadella, non so con quale risultato e poco m’importa.
Ora l’importante: non posso muovermi da qui (come credevo di poter fare) prima di maggio. Infatti da mesi e mesi non vado a letto prima delle 2 o 3 di mattina, lavorando senza tregua. Avrò presto esaurito gli appunti che portai qui con me per scriver questi due episodi. C’è a Trieste, nel quartiere di mio cognato, l’immobile segnato col numero politico e tavolare di via Sanità, 2, e precisamente situato al terzo piano del suddetto immobile nella camera da letto attualmente occupata da mio fratello, a ridosso dell’immobile in parola e prospettante i postriboli di pubblica insicurezza una mappa di tela cerata legata con un nastro elastico, di colore addome di suora di carità, avente le dimensioni approssimative di cm 95 a cm 70. In codesta mappa riposai i segni simbolici dei languidi lampi che talvolta balenarono nell’alma mia.
II peso lordo, senza tara, è stimato a chilogrammi 4.78. Avendo bisogno urgente di questi appunti per l’ultimazione del mio lavoro letterario intitolato “Ulisse” ossia “Sua Mare Grega” rivolgo cortese istanza a Lei, colendissimo collega, pregandoLa di farmi sapere se qualcuno della Sua famiglia si propone di recarsi prossimamente a Parigi, nel quale caso sarei gratissimo se la persona di cui sopra vorrebbe avere la squisitezza di portarmi la mappa indicata a tergo.
Dunque, caro signor Schmitz, se ghe ze qualchedun di Sua famiglia che viaggia per ste parti la mi faria un regalo portando quel fagotto che non ze pesante gnanca per sogno parchè, la mi capisse, ze pien de carte che mi go scritto pulido cola pena e qualche volta anca col bleistiff quando no iera pena. Ma ocio a no sbregar el lastico parché allora nasserà confusion fra le carte. El meio saria de cior na valigia che si pol serrar cola ciave che nissun pol verzer. Ne ghe ze tante di ste trappole da vender da Greinitz Neffen rente al Piccolo che paga mio fradel el professore della Berlitz Cul. Ogni modo la mi scriva un per di parole, dai, come la magnemo. Revoltella me ga scritto disendo che ze muli da saminar par zinque fliche ognedun e dopo i ze dotori de Revoltella e che mi vegno la de lu per dar lori l’aufgabe par inglese a zingue fliche ma non go risposto parché era una monada e po’ la marca mi vegnaria costar cola carta tre fliche come che ze adesso coi bori e mi avanzaria do fliche per cior el treno e magnar e bever tre giomi, cossa la vol che sia.
Saluti cordiali e scusi se il mio cervelletto esaurito si diverte un pochino ogni tanto. Mi scriva presto, prego.
James Joyce

James Joyce
James Joyce

 

To Livia Svevo – Calendimaggio, Rue des Vignes, Paris
Gentile signora: ho ricevuto la lettera acclusa inviatami dal sig. Scarpelli. C’è un equivoco. Non avevo affatto l’intenzione di criticare l’opera letteraria dell’autore, ma bensì l’opera del suo legatore. Infatti i fogli volanti (è proprio il termine) del libercolo si staccavano ad uno ad uno dopo la lettura di ogni pagina. Forse il mio esemplare è eccezionale. Ma in simili circostanze come non pensare alla commedia giacosiana ed alla caducità delle cose terrestri? Non ho fatto che chiamare carta carta e colla colla. La prego di rassicurarne lo scrittore. Pare che si senta offeso. Non lo è e non lo era. Ma… Oibà! (per non dire Uibaldo) Endove ze andado a finir el morbin famoso dei terriestini? No ghe ze gnente de mal, benedeto de Dio! Go ciolto un poco de zeroto de Smolars (Nota: famosa cartoleria triestina) e adeso el se tien insieme pulido. E diga al sior Scarpelli che no stia bazilar, che mi no go dito gnente de mal e per amirare quel bravo omo che iera Italo Svevo semo in due, lu e mi. Giovedì sarà pubblicado el mio libro a Londra e in Ameriga. Ze anca la festa de Santa Moniga se mi rigordo ben, al quatro. Moniga [cioè “mona”] son stato mi forse (La mi scusi, siora) che go messo disdoto ani de la mia vita a finir quel mostro de libro. Ma cossa La vol? Se nasse cussì. E, corpo de bigoli, ne go bastanza. Co ghe digo mi! Con doverosi ossequi mi segno devmo, James Joyce.

 

Fulvio Rogantin – Sono triestino di nascita, dublinese di adozione. L’amore per Joyce nasce quando nel 1993, a Trieste, assisto alla lettura integrale dell’Ulisse, durata circa 30 ore. 4 anni fa mi trasferisco a Dublino per fare l’informatico. Inizio, per passione a fare dei tour Joyce. La mia vita cambia, ora, messa da parte l’informatica se non per alcuni progetti culturali, sono guida nazionale ed è oramai un lavoro a tempo pieno.

Le immagini sono di Aglaja

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