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Campo de’ Floyd
Serin a Campo de' Fiori

E chi lo sa di dov’è, Serin. Da quale guerra è fuggito. Albania? Forse il Kosovo. La Bosnia, mi sa, a giudicare dalla magrezza, dal colorito bruno e dai capelli lunghi e decisamente poco curati. Perché abbia scelto di finire in questa fogna a cielo aperto che è Roma nel 2017, nessuno lo sa. La più bella fogna del mondo, sotto un cielo di zaffiro, l’ocra inimitabile, il travertino che si accende al tramonto e resiste ai fendenti che le arrivano addosso da tutte le parti, spietati, crudeli, insensati.
Serin accarezza una Stratocaster bianca che ne ha fatte, di battaglie, ma regala ancora, a chi lo vuole sentire, un suono cristallino, spudoratamente diretto nei precordi dei dieci, quindici che hanno la fortuna di essere lì a Campo de’ Fiori, a prima sera.
Serin ama i Pink Floyd e li suona da Dio. Per mezz’ora la piazza diventa uno stadio europeo, è Londra, Monaco, Parigi. Agli effetti speciali pensano i piccoli indiani che lavorano in piazza. Non smettono un attimo di lanciare in cielo quegli strani aggeggi fosforescenti che vanno altissimi e ricadono poi random, dove capita capita. E’ il massimo tocco psichedelico che ci possiamo permettere, qui, stasera.
Quando arrivo sta iniziando “Shine on you crazy diamond”. Quattro note, apparentemente sbilenche, quasi illogiche, che però non sono quattro note. Sono un segnale di riconoscimento. Appena risuonano, un paio di generazioni si paralizzano all’istante, mesmerizzate. C’è un tizio che immagineresti facilmente alla Posta, a ritirare la sudata pensione. C’è una coppia di turisti, lui ha la felpa della Roma, che hanno l’aria di essere irlandesi. C’è un’ex ragazza col bassotto al guinzaglio che cambia continuamente postazione, con lo smartphone vuole catturare la magia che è cominciata e che non ci mollerà tanto presto, potete giurarci.
Ci sono io, che ho stabilito un contatto con Serin. Cantiamo insieme, una dopo l’altra, “Money”, “Brain Damage” e “Comfortably Numb”. Al secondo assolo di Gilmour/Serin, mi spuntano i lacrimoni e penso che in fondo potrei anche morire lì e andrebbe bene così.
“The Wall” è l’apoteosi. Saremo almeno in trenta a urlare in coro “Hey, teacher! Leave the kids alone!” ed è un grido selvaggio, l’invettiva repressa, accantonata in un angolo buio da decenni di grigiore insostenibile eppure sopportato a pugni chiusi, senza un lamento.
Alla fine lo abbraccio e ridiamo un po’ insieme, non mi dice da dove viene perché “è una storia lunga” e io la rispetto, ci mancherebbe. Ha paura, quando gli dico che voglio scrivere di lui, i suoi occhi hanno il lampo inconfondibile di chi è abituato a scappare, a non fidarsi di nessuno. Ma è un momento, passa subito. Gli do’ il cinque e filo a casa a tutta velocità. Stasera c’è la via crucis, al Colosseo, ma non me ne frega assolutamente niente. Ho un disco da sentire e un articolo da scrivere.
Questo.

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