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Cesare Tacchi, poeta della pittura
Cesare Tacchi, Coppia Felice , 1966

Ho visto la vibrante arte poetica di Cesare Tacchi (1940-2014)al Palazzo delle Esposizioni di Roma, con la sue istantanee ravvicinate passate al filtro di una temporalità vissuta e al tempo stesso resa ideale.
Con aria francese, temprata ai ritmi del Nouveau roman e della Nouvelle Vague con la musicale intimità del cantautore, Tacchi ha elaborato uno stile originale in mezzo ai marosi dello sperimentalismo neoavanguardista degli anni Sessanta: le etichette però non gli si adattavano, e lui, temperamento fragile e impressionabile, ne soffriva.Si sentiva incompreso, un escluso, mentre spumeggiavano gli sguardi al teleobiettivo sulla vernice smaltata di una automobile e i primi piani in tricromia a rilievo dalla superficie di stoffe ricamate e dipinte.
Poetico e sintetico, Cesare Tacchi inverò la genealogia sentimentale e la rabbia contenuta del mondo giovanile del tempo, senza grandi speranze da coltivare se non quella idiomatica del proprio biglietto da visita: ‘Young and beautiful‘, come nel lento ballabile allora popolarissimo di Elvis Presley. Così Cesare mise in mostra le sue virtù: fissava l’ istante emotivo in fotogramma, una sequenza di emblemi figurativi di eterna giovinezza.
Poi, a un certo punto, il trauma delle istanze radicali, le contestazioni ideologiche e psicosessuali del ‘Sessantotto e dintorni’, giunsero a turbare la scapigliata cornucopia che appaiava i suoi ideogrammi scalari ai toni e alle armonie di Gino Paoli e Luigi Tenco.
Giunse, inappetibile, la negazione della pittura: e Cesare Tacchi, durante il ‘teatro delle mostre’ (in pieno ‘68’) ordito da Plinio De Martiis, suo originario promotore, ideò la ‘cancellazione d’artista’: lo si vede così scomparire a poco a poco, in una sequenza fotografica scattata da De Martiis, mentre offusca col pennello il vetro di una stanza dove è rinchiuso…
Impossibilità di dipingere, negazione di sé, contestazione pura, suicidio dell’artista in quanto atto artistico. Di conseguenza, negli anni Settanta, Cesare Tacchi non avrà vita facile. Lascerà traccia di questa esperienza di ‘negazione’ con la allusività che gli è propria fin dentro le fredde oscurità dei sintagmi ‘concettuali’ (oggetti ansiosi, installazioni, numeri, parole, simboli).
Alla pittura, al suo significato di arte maggiore, tornerà più tardi negli anni, ripensando l’immaginario degli esordi in una fantasmagoria allegorica di intelaiature cosmiche per evocare lo ‘spirito dell’arte’.
Cesare Tacchi amava De Chirico, e provò a continuarne il ‘mistero laico’. Fu vicino a Tano Festa e Renato Mambor, interprete di quella ‘scuola di Piazza del Popolo’ tanto celebrata come epoca di felice vistosità artistica. Ma per Tacchi gli anni di gloria furono assai fugaci. Non venne mai toccato dal successo, fu dimenticato, e ne soffrì.
Ma anche altri, più noti e famosi di lui, non furono così felici come ama ripetere la discorsiva chiacchiera corrente: valgano a ciò le diverse biografie (morti premature, suicidi, droga, alcool). Oggi egli è ricordato come merita. Meglio tardi che mai.

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