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La Rivista Intelligente
Il maestro e la corista
di Costanza Firrao
 Polonia, primo dopoguerra: il regime sovietico ha ormai preso piede e in tutto il paese si organizzano manifestazioni di cultura e orgoglio nazionale. La giovane Zula viene scelta insieme ad altre ragazze per far parte di una compagnia di danze e canti popolari.
A dirigere il coro e ad accompagnarle al piano il maestro Viktor. Tra il più maturo Viktor e la bella Zula nasce, al primo sguardo, un sentimento fortissimo. Lo schermo quadrato e la fotografia in bianco e nero mettono lentamente a fuoco il rapporto tra i due e raccontano la loro storia insieme a quella del loro Paese e dell’Europa (la Francia esistenzialista, il Checkpoint Charlie a Berlino, la Jugoslavia di Tito), nel corso di quasi vent’anni: un rapporto totale e totalizzante, tenero e furioso al tempo stesso, condizionato dalla situazione politica che, in Polonia, si fa sempre più soffocante. Un film fatto di luci e ombre, ma le ombre sono più spesse e insidiose degli spazi luminosi, che pure ci sono, talvolta, negli occhi chiari e sul volto radioso di Zula. E ovunque la musica, quella roboante e primitiva dei cantori di strada e quella folk del coro insieme alle note jazzistiche e liriche che Viktor trae dal pianoforte, le Variazioni Goldberg di Bach su tutte. Ambientato a Parigi nella seconda parte, il film sembra un po’ smarrire la grazia iniziale, la storia si avvita su se stessa e torna, ossessiva, sull’incapacità, soprattutto da parte di Zula di vivere appieno il legame con Viktor. Ma il film di Pawel Pawlikowski, premiato a Cannes per la regia, resta comunque un prodotto raffinato e importante per la cinematografia polacca e non solo. Anche se non al livello di Ida (2014), considerato il suo capolavoro. Magnifici i due protagonisti: Joanna Kulig nella parte di Zula e Tomasz Kot (affascinante come pochi) in quella di Viktor.
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Un amore complicato
di Giuliana Maldini
 Film fascinoso in bianco e nero con tumultuosa storia d’amore che si svolge tra il 1949 e il 1964 nelle macerie della Polonia e poi a Parigi e poi in Jugoslavia e poi ancora in Polonia in una girandola di fughe e ritorni. Lei è un’attrice bionda, sensuale e tracagnotta che assomiglia a Scarlett Johansson e che interpreta il ruolo di un’artista tormentata, lui è un attore fighissimo dallo sguardo malinconico e dolce che interpreta un musicista fragile e romantico. Già dall’inizio si respira aria di dramma mentre i protagonisti si innamorano, si lasciano e poi si cercano e fuggono ancora, senza mai avere pace. E’ la storia di un amore complicato che non riesce mai a concludersi ma tra i due è soprattutto lei, Zula, l’elemento più distruttivo che provoca, seduce, tradisce e scappa. Il film è girato in uno strano formato quadrato e ha un ritmo circolare che inizia in una chiesa ortodossa diroccata e ritorna, nell’epilogo, nella stessa chiesa. La musica è un elemento fondamentale che accompagna la storia dall’inizio alla fine, dagli stupendi cori polacchi folcloristici al jazz, alle canzoni degli anni sessanta (“Rock around the clock” e 24mila baci di Celentano) a Bach. Sappiamo che “Cold war” ha avuto una nomination agli Oscar come miglior film straniero e a Cannes il premio per la migliore regia, ma secondo me, “Ida”, il film precedente del regista Pawlikowski, era stilisticamente più bello. O forse sono io a provare irritazione per questi amori dove tutto potrebbe essere possibile e invece viene rovinato, non tanto dal contesto intorno ma soprattutto dai tormenti esistenziali dei protagonisti. Ma si sa, ognuno di noi quando vede un film o legge un libro, si trova intrappolato in invisibili lati del proprio inconscio. Infatti, un po’innervosita, avrei voluto un finale della serie “E vissero felici e contenti”. Ma sarebbe stato un altro film.
Cold war di Pawel Pawlikowski – Polonia 2018

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