La Rivista Intelligente









Miriam


 

Mi chiamo Miriam, ho quattordici anni e peso novantotto chili. Non cento, che sennò sarebbe un quintale. Madonna.
Sto per andare al liceo e sono terrorizzata. Alle medie è stato un calvario, penso che adesso sarà ancora peggio. Lo sento. “CICCIONA, GRASSONA, CICCIA-BOMBA, BALENA”… le so tutte a memoria, amare e salate, mi mangio anche quelle.
Mia madre mi guarda come fossi trasparente. Sempre meglio di quando mi fissa e capisco che non le piaccio.
Chi ci vede insieme guarda prima me, poi lei e poi ancora me: nessuno crede che possiamo essere davvero madre e figlia. Lei così bella, magra, chic e io così grassa, grassa, GRASSA.
Solo la nonna capisce. Lei dice che quando crescerò diventerò come una farfalla, leggera e bellissima.
Me lo dice davvero, lei è una che mi guarda senza mettersi a ridere.
Mi guarda senza ridere, e mi sorride parlandomi.

Mi chiamo Miriam, ho sessant’anni e peso cinquantotto chili. Non sessanta, cinquantotto.
Sto per entrare a teatro e sono emozionatissima, oggi Miriam terrà il suo primo saggio di danza.
I chili in più cominciarono a lasciarmi tanti anni fa, d’estate.Tornata in città a settembre, per riparare matematica, non mi riconobbe nessuno. E smisi per sempre il blu.
Poi ci ha pensato la vita. La carne me l’ha consumata un po’ alla volta, lo strazio dei miei bambini non nati, l’attitudine al dolore. Materia salata e amara come le mie lacrime di bambina. Quello è stato il mio cibo.
Vicino a me un commento sussurrato in direzione della bimba troppo paffuta sul palco.
Non muovo un muscolo, e sorrido.
Perché io so che volerai, Miriam, ma sarà sul mio amore, non sulla carne viva, né sulle lacrime che diventerai una bellissima farfalla. Senza dolore, Miriam, senza più dolore.

 

 


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