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La Rivista Intelligente
Crociera in terza classe
Illustrazione Stefano Navarrini ©

 

C’erano tre possibilità di viaggio: extra deluxe, deluxe e basic. Con mio marito scegliemmo basic: eravamo in tre, il viaggio sarebbe costato troppo. Ci spiegarono come funzionava, l’ora di partenza, quella indicativa di arrivo, agguantarono i soldi e se ne andarono. Adesso siamo qua, sulla spiaggia, circa duecento persone, è notte e stiamo aspettando. Ci sono bambini che giocano, gli adulti chiusi in attesa silenziosa. Sento il rumore di una barca che arriva, chiamo i figli.

 

Chi urla, chi piange, il barcone si avvicina alla costa. Barcone? Un rottame che ondeggia. Per arrivare a bordo dobbiamo fare un pezzo a nuoto. Tutti vogliono salire per primi, una madre ha perso il figlio e singhiozza, nessuno l’aiuta, nemmeno io, non mi posso allontanare dai miei. Alla fine saliamo, stipati uno sull’altro. Cerco spazio per muovermi, accanto a me una signora impreca se cerco una posizione migliore. Si parte. I ragazzi si sono addormentati. Io no, penso a quello che ci aspetta, a cosa troveremo.

 

Mi sveglia un raggio di luce che filtra dalla mascherina per gli occhi. Vedo che è ora di colazione, panini con carne. L’acqua sta finendo, dobbiamo razionarla. I bisogni sotto il ponte, ma appena si entra ci assale il tanfo di urina e merda. Il sole mi brucia la pelle, rido, pensando alle raccomandazioni del mio dermatologo: mai sotto la protezione 50. Ci diamo una lavata con l’acqua di mare. C’è odore di sudore, di sporco, comincia a fare caldo. Un uomo urla, si vede la costa! Se credessi in Dio lo ringrazierei, pregherei e piangerei di felicità.

 

Ora posso permettermi di ricordare gli ultimi terribili giorni in patria. Un pomeriggio ero andata a comprare il pane con i bambini e al ritorno la mia bella casa stile Liberty non c’era più, annientata con i miei oggetti, i giocattoli dei bambini, l’album delle fotografie di famiglia. Rimasi ferma a guardarla, i bambini piangevano. È finita, pensai, non abbiamo più speranza. Avevamo vissuto a lungo in pace, anche se si erano avvertiti piccoli segnali, non considerati. Poi, all’improvviso, la guerra civile.

 

Fisso la riva che ci aspetta. I bambini mi strattonano, domandando se un giorno torneremo a casa. Li abbraccio, dico che ci fermeremo poco, il tempo che papà ci raggiunga. Sperando che arrivi. Siamo vivi e pieni di speranza. Si agitano tutti, il barcone ondeggia, gli esperti urlano di non sporgersi, di stare al centro.

 

Tocchiamo terra. Raccogliamo le nostre borse, all’attracco donne e uomini ci attendono sorridenti porgendoci bottigliette d’acqua. Poi ci mettono in fila e dividono per famiglie, prendono le impronte e ci danno un tesserino. Ringrazio con l’unica parola che ho imparato, shukran, grazie. Ora possiamo andare verso il centro d’accoglienza, verso un mondo sconosciuto ma in pace, cercando di dimenticare paura e sofferenza.

 

10 giugno 2025, siamo a Bengasi, Libia, la nostra nuova patria.

 

 

 

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