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Diomeda al genere umano Per via telepatica
Immagine di Aglaja

Diomeda al genere umano Per via telepatica

scritto da Giorgio Laika Vanni

Sono una Albatros, anche se per voi le femmine, e non solo della mia specie, non esistono. Le donne poi le considerate solo per violentarle o ucciderle. Chiamatemi Diomeda.
Vivevo a Nord col mio compagno Luxen e avevamo due figli. Un giorno di burrasca una forte ventata lo scagliò insieme a Thers e Vantis contro la scogliera. Morirono tutti. Accudii da sola i piccoli e adottai anche Bernac e Frenton, rimasti orfani. Quando divennero indipendenti me ne andai.
Volevo sfuggire alla corte dei maschi. Ma non erano assillanti; solo che dopo Luxen non volevo altri compagni perché era unico, insostituibile. Mi bastavo e il volo è un’enorme consolazione. Dà tutte le emozioni possibili. Non potete capirmi. E’ da troppo tempo che vi tarpate le ali da soli.
Andai a Sud e mi stabilii su un alto scoglio, nel Mediterraneo. Volevo stare al caldo e lì c’è tanto sole. Il gelo che sentivo dentro invece era solo vostro. Vedevo barconi semi affondati zeppi di donne, uomini e soprattutto bambini che condannate a morte ricacciandoli indietro e voltandovi dall’altra parte. Come se il mare e la terra avessero mura; come se i pesci e gli animali, quindi voi uomini e noi uccelli, dovessimo chiedere il permesso per nuotare, volare, migrare. Vivere.
Credevo di non poterli aiutare. Sono una Albatros, non un aereo. Ma sono grande, forte e sono Natura che difende la vita. Un giorno un barcone naufragò. Il mare era pieno di bambini piccoli con i loro zainetti rossi per potersi distinguere tra le onde. E gli uomini della motovedetta li vedevano bene e sparavano in aria per spaventarli. Una ragazzina che sapeva nuotare cercò di salire. Uno la vide e la colpì col calcio del fucile. Lei scomparve tra le onde e non riemerse più. Poi se ne andarono lasciando che tutti quei bimbi affogassero.
A un paio di miglia, dall’altra parte, arrivava un peschereccio. Non c’era tempo da perdere. Calai in picchiata e col mio becco robusto agganciai le bretelle dello zaino d’un bimbetto e lo strappai alle onde. Piangeva disperato. Poi capì e sorrise contento di poter volare. Il capitano del peschereccio scrutava il mare col mirino del suo fucile. Mi vide arrivare e sparò. Non mi colpì e riuscii a depositare il piccolo sul ponte. Gli fui addosso. Sparò e sparò ancora mancandomi. Buttai in acqua lui insieme al suo maledetto fucile.
Salvai una decina di bambini. I capitani spesso non sono marinai ma i marinai sono parte del mare. Infatti avevano cura di quei bambini con un amore finalmente ritrovato. Avevano lanciato un salvagente al capitano che si disperava. Chissà, forse si era pentito e aveva riscoperto con loro nostra Madre Natura. Ero stremata. Non potevo fare di più e ero triste e avvilita perché tanti bambini erano annegati. Pensando alla follia degli uomini, vinta dalla stanchezza, mi addormentai.
Sono tornata a Nord. Non sono io che vi posso salvare o redimere, sono solo una Albatros. Il posto che ora ho scelto è veramente inospitale ma ha un grande pregio: non esistono umani nel raggio di centinaia di chilometri. Come tutti gli animali sono telepatica e so che il web e i tg di tutto il mondo mandano in continuazione le immagini dei miei salvataggi. Qualcuno del peschereccio deve averli filmati. Ma io non mi sento un’eroina o una santa mandata dal Cielo.
Sono solo una Albatros, una femmina.

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