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Elena Ferrante che delusione

Elena Ferrante che delusione

scritto da Angela Vitaliano

Avevo la quadrilogia di Elena Ferrante da molto tempo sul mio Kindle. Per qualche ragione strana, però, non avevo mai iniziato quella lettura che da molte parti veniva indicata come “necessaria”. Soprattutto per chi, come me, tiene Napoli sempre mischiata nel sangue e nella luce degli occhi, anche da cosi lontano. Anzi, soprattutto, da cosi’ lontano. Avevo persino deciso di leggerli in inglese, visto il grande successo di pubblico e di critica che li aveva resi anche qui, persino a New York, un obbligo di lettura.
Eppure resistevo e leggevo altro.
Poi mi sono ritrovata in un posto, per lavoro, molto tranquillo e con molto tempo a disposizione e ho deciso di affrontare Elena Ferrante. Il primo libro l’ho divorato. Mi e’ piaciuto. Mi ha appassionato. Ho ritrovato una Napoli familiare, di periferia ma sempre protesa verso il mare, sempre lontanissimo eppure vicino. Sono stata ammaliata dai personaggi e da queste due ragazzine, Lila e Lenuccia, ciascuna a suo modo ribelle e con il futuro negli occhi, nella voglia di studiare, nella determinazione a difendersi da un ambiente maschilista e violento.
Così, appena finito il primo volume, senza nemmeno un pò di pausa, ho iniziato il secondo. E con il secondo e’ iniziato a crescere un malessere sempre più profondo che, arrivata al quarto volume, era aumentato in maniera potente, unito a rabbia, disappunto e delusione. Sentimenti peraltro accompagnati da una certezza: quella non è Napoli. Non è niente di più che la versione della cartolina “brutta e cattiva” opposta a quella “bella e stereotipata” con la pizza e il mandolino. La Napoli raccontata in questi volumi e’ cupa – dalla periferia al Vomero, a via Tasso, con una monotonia soffocante – violenta, sconfitta, malata, senza regole, persa, senza futuro, senza speranza. Una Napoli che viene punita dall’autrice persino quando prova a rialzare la testa attraverso la cultura, la politica, i giornali, la letteratura, l’iniziativa di impresa. Tutto viene distrutto dalla penna punitiva della scrittrice che fa fallire ogni cosa e ogni individuo e lascia dietro di sè morte e disperazione.
Le due protagoniste, bambine luminose, diventano donne – due pezzi di una stessa persona incompleta – senza amore, senza passione, senza attaccamento a nulla: né ai soldi, né alla miseria. Indifferenti.
Granitiche nel loro attraversare decenni restando immobili, ferme alle loro paure, ai loro limiti, alla loro esclusione dalla speranza. Quando Lila vive la sua unica passione amorosa per Nino (il prototipo dell’uomo italiano mediocre e quaqquaraqua di cui però tutte si innamorano, regalandogli una vita di fama e agi – ah queste povere donnine stupide e inutili senza un maschio di fianco) viene punita in maniera atroce tanto che persino il figlio che avrebbe voluto fosse frutto di quell’amore, alla fine è figlio del marito che l’ha comprata con i soldi e il potere. Solo apparentemente, Lila si ribella (prendendo continuamente “mazzate”) perché è sempre una ribellione vinta e piegata: non esce mai fuori da quartiere, é brillante ma non ha fiducia in se stessa, protegge tutti, ma non ama nessuno e – ciliegina sulla torta – la scrittrice, non paga di tutto il male che le ha già “consegnato”, le fa perdere la figlia, la bambina nata dalla cosa più simile all’amore che si trova in questi quattro volumi.
L’altra protagonista poi è perdente senza appello. Ha tutte le possibilità per brillare, per essere felice, per essere indipendente e, invece, la Ferrante la riduce a una scrittrice di successo “suo malgrado” (autobiografico il riferimento?), scontenta di tutto, sola, tormentata e che, per una vita intera non conoscerà la parola amore. Né per il marito, né per gli amanti, né per le sue figlie, né tantomeno per l’amica d’infanzia della quale spesso desidererà la morte.
Per me, che ho amato pazzamente la figura di (vera) ribelle di Eleonora de Fonseca Pimentel, nel favoloso libro di Enzo Striano “Il resto di niente”, in cui nemmeno la Napoli dei “lazzari” è cosi cupa e malata come la Napoli della Ferrante (pertanto quella di Striano è piu’ vera) o la narrativa di Anna Maria Ortese; per me, che amo Napoli come amo ogni passione che mi tiene in vita e che ne conosco la luce, la speranza, la forza, l’illuminismo, questi libri sono stati un colpo al cuore.
Perché di cuore non ne hanno nemmeno un po’.
Napoli non è una città vinta. Nonostante le ripetitive pagine ferrantiane. Napoli è luce. Ed è vero: nei vicoli stretti, bui e umidi, o nella periferia maltrattata e abusata è difficile vederla quella luce. Se vai verso il mare, però, che è sempre a un passo, e resti con gli occhi chiusi, sei tu a rifiutare la speranza. Sei tu che decidi di non vivere.
Elena Ferrante ha impiegato quattro volumi e migliaia di pagine per far sì che Lila e Lenuccia finissero il loro cammino dal “rione” verso il mare, interrotto – ovviamente – da un temporale, nel primo volume. Quattro volumi per arrivare al mare: senza vederlo. Continuando a guardare la propria pancia. E nient’altro.

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