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La Rivista Intelligente

 

Nei primi anni settanta tenevo un laboratorio di animazione teatrale a Gratosoglio (Milano). Non ricordo in quale scuola. Un giorno, mentre scendevo lo scalone centrale, sentii un ragazzino infuriato che si rivolgeva a un suo coetaneo, urlandogli: «Ma fatti una pera!». Mi venne un po’ da ridere. Erano anni che non lo sentivo più dire. Subito mi tornò il ricordo di pere di gomma rosso-marroncino, che le nostre nonne, mamme, zie riempivano di acqua tiepida, olio di vaselina, camomilla, e brandendole inseguivano noi, poveri bambini, che cercavamo rifugio sotto i letti o negli armadi, pur di non subire la dolorosa umiliazione dell’intrusione rettale, con successivo mal di pancia e inevitabili conseguenze. Tornata a teatro, ne parlai con Franco il Direttore, che mi guardò sbalordito.
«Di’, ma tu da dove vieni, dal pianeta Heidi?»
«Perché?»
«Guarda che quello parlava di una pera di ero!»
«Una pera di ero, ma che è, un gergo?».
E sì che arrivavo da Genova, dove la droga aveva messo radici prima che in molte altre città. E ne avevo visti di giovani mangiati da quella, tanti amici di mio fratello spariti giovanissimi. Però la storia della pera non l’avevo mai sentita. Li sentivo dire bucarsi o spararsi in vena. I più raffinati si facevano di fixs.
Ci pensavo in questi giorni, quando ho finalmente ricostruito il collegamento tra la pera, il vecchio, benefico, casalingo rimedio, e uno dei più malefici rituali dei nostri tempi. Una volta, anche detto con astio, fatti una pera auspicava al massimo una diarrea. In seguito, invece, forse una morte.

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