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Nonostante il titolo, di happy c’è ben poco nell’ultimo film di Michael Haneke, nessuna felicità da raccontare. Happy end è, anzi, il ritratto spietato di una ricca famiglia borghese, in cui i figli detestano i genitori e i genitori ignorano i figli.
Calais: il vecchio patriarca ha lasciato da tempo la guida dell’impresa alla primogenita e al nipote malmostoso. L’altro figlio, Thomas, fa il chirurgo ed è al suo secondo matrimonio. La prima moglie s’ammala gravemente e la ragazzina tredicenne, Eve, viene accolta nella casa avita. A parte il padre, che comunque si è disinteressato di lei fino a quel momento, quasi nessuno la conosce. Il nonno, infermo e svanito, men che meno.
Il film viene visto quasi tutto attraverso gli occhi di Eve, adolescente inquieta e taciturna. Con la precisione di un entomologo, la ragazza riprende con la videocamera del suo cellulare, tutto quello che le capita attorno. Senza alcun pathos o apparente coinvolgimento, gira momenti banali altri drammatici della vita di famiglia. Che si svolge nel rispetto della forma e delle convenzioni sociali, mentre al riparo degli sguardi altrui bollono e scoppiano dissidi, risentimenti, gelosie. Haneke firma una sceneggiatura spesso claustrofobica, soprattutto cacofonica, dove i rumori – del traffico, di altre conversazioni, della TV accesa – coprono discorsi che sembrano fondamentali per lo sviluppo della trama. Ma non lo sono, la trama è sì complessa, ma subalterna al messaggio complessivo del film. Che è estraniante, duro, indifferente. Alle sorti della famiglia stessa che comunque, avendo soldi e potere, riuscirà a perpetuare se stessa ma soprattutto indifferente alle sorti di ciò che è fuori, al destino degli altri e del mondo nel suo insieme.
Il tutto è talmente fastidioso e avvilente – una signora anziana seduta accanto a me al cinema, continua a mormorare, non capisco, non capisco – che a tre quarti della proiezione ti viene voglia di scappare a prendere una boccata d’aria. Poi invece resti, per via di un dialogo inatteso tra il nonno costretto sulla sedia a rotelle e la nipote poco più che bambina. In cui i due, pur senza amarsi, si capiscono. E in un teatro di burattini egoisti e vanesi è già tanto.
Il vecchio signore è Jean-Louis Trintignant, classe 1930, magnifico nel suo ruolo di uomo stanco e disincantato. La figlia in carriera che ha preso le redini dell’impresa di famiglia è Isabelle Huppert, attrice cult di Haneke (La pianista, 2001). Mentre il padre di Eve (la bravissima Fantine Harduin) è l’ambiguo Mathieu Kassovitz. Ma il parterre di grandi attori non basta. L’intensità sofferta di Amour (2012), la fredda bellezza di Il nastro bianco (2009), sono un ricordo. Sembra che il settantacinquenne regista bavarese, con questo film, abbia dato addio, oltre che alla speranza, anche al cinema. Che si sia arreso di fronte all’impossibilità di rendere attraverso gli strumenti che gli sono propri – immagini e dialoghi – la realtà incomprensibile che ci circonda.

Happy end di Michael Haneke – Francia 2017

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