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La Rivista Intelligente
Ho sognato un Lavoro
Disegno di Stefano Navarrini

Stanotte ho sognato che avevo un lavoro.

Un lavoro vero, con un contratto a tempo indeterminato, ottenuto attraverso un colloquio, un colloquio vero.

Non attraverso un form trovato su una pagina web che devi compilare, allegando il curriculum e la lettera di presentazione – mi raccomando, per dio, la lettera sia ben scritta, più di 12 righe e meno di 20, di’ chi sei e cosa sai fare – e quando hai inviato tutto e finito il test attitudinale incluso in 22 minuti cronometrati, ti arriva una mail preconfezionata no-reply con oggetto “beata illusione”.

No, il colloquio del mio sogno era proprio un colloquio, in cui ti vesti bene e vai a parlare con il responsabile del personale, cercando di arrivare puntuale, malgrado il cromosoma che ti fa vivere con 20 minuti di ritardo, sempre.

Al colloquio vero del mio sogno mi chiedevano cosa sapevo fare, non cosa avrei potuto fare per loro, ché loro sapevano cosa avrebbero voluto da me, com’è giusto che sia, quando offrono un lavoro; mi chiedevano quali programmi sapevo usare, quanto tempo potevo lavorare e quanto pensavo fosse la mia giusta retribuzione. Io spiegavo le mie aspirazioni, le mie capacità e, vergognandomi un po’, anche quanto mi sarebbe sembrato giusto guadagnare.

E loro mi dicevano: “Assunta”.

Che non era il mio nome, mi chiamo Silvia anche nel sogno, ma un aggettivo, in questo caso derivato dal participio passato del verbo “assumere”, genere femminile, numero singolare, forma verbale caduta in disuso.

Così sentendomi chiamare “assunta”, invece di morire mi svegliavo, che è un po’ la stessa cosa di certe mattine, e pensavo “che sogno del cazzo”.

Poi all’ora di pranzo accendo la tv e vengo rapita dal lancio di una trasmissione che io penso sia una trasmissione sui camorristi infiltrati nei servizi segreti italiani: Il boss in incognito.

E in televisione vedo una signora di mezz’età che piange perché un signore di mezz’età che sembra un boss mafioso e che invece è un datore di lavoro, ha appena finito di pronunciare le parole “contratto a tempo indeterminato”.

Piange, la signora, e singhiozzando dice “è un sogno che si avvera”.

E a me è venuto da pensare che, forse, se fosse vivo Émile Zola, scriverebbe il racconto di un paese dove i contratti di lavoro a tempo indeterminato si vincono in un talent show.

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