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Avete mai davvero immaginato come funzionava un campo di sterminio nazista? Di solito non si riesce ad andare oltre le immagini delle foto che tutti conoscono, dei filmati in bianco e nero anche recentemente riproposti. Si vedono lo strazio dei corpi e dei sopravvissuti. Poi si leggono e si ascoltano le testimonianze.

In questo film invece si entra in un campo di sterminio da protagonisti, si osserva da vicino, attraverso gli occhi dell’anti-eroe, sul viso del quale la macchina da presa si aggancia e lo spettatore diventa lui, seguendo ogni sua mossa e continuando a vederlo in faccia e a vedere poi coi suoi occhi. E anche a sentire con le sue orecchie, i rumori dei treni, degli uomini condannati, dei forni, delle porte di ferro che si aprono e si chiudono, dei montacarichi coi cadaveri. I pezzi. Le diverse lingue si alternano al tedesco, la lingua del comando, degli ordini imperiosi, delle botte e delle minacce. E gli schiavi sono feroci, sono amici nemici fra loro, perché sopravvivere è impossibile.

La macchina dello sterminio deve funzionare a pieno regime, tutto è organizzato, nessun dettaglio può essere trascurato e questo “lavoro” può essere svolto solo se gli schiavi si spaccano la schiena senza tregua. Senza tregua significa anche senza speranza. Morti viventi che tuttavia combattono ancora.

Mentre qualcuno prega, qualcuno si ribella, qualcuno si rassegna, Saul trova il suo senso per sopportare tutta questa follia intorno a lui con una caparbietà e una ostinazione quasi fatali. Non si può raccontare. Si rimane agganciati, come fossimo noi i protagonisti; siamo la macchina da presa, siamo gli schiavi, facciamo fatica, ansimiamo, annaspiamo, sudiamo, piangiamo se ci sono lacrime. Ma non ce ne sono più. Siamo condannati.

Parlare del film Il Figlio di Saul implica parlare dell’uomo, dell’essere umano disumano. E di quello disumanizzato. Un film pietoso e impietoso, una regia magistrale che merita il massimo dei riconoscimenti: quello degli spettatori consapevoli.

 

IL FIGLIO DI SAUL, Ungheria 2015, regia di László Nemez, con Geza Rohrig

 

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