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La coperta

Una vecchia coperta militare entrò a far parte dei nostri giochi. Infeltrita e marrone ci seguiva come l’abito smesso di un fantasma barbone. Facevamo con lei un gioco che ci liberava farfalline nello stomaco e ci imburrava le ginocchia. Funzionava che uno di noi “usciva” , in tre o quattro ci si infilava sotto la coperta e si faceva, intrecciandosi, un mucchio indistinto di carne e vestitini. Quelli che restavano fuori si nascondevano. Poi si chiamava chi era uscito, che doveva indovinare chi c’era sotto la coperta. Ci metteva sempre un bel po’. Tra noi e il sesso c’era ancora molta lana, ma avevamo capito che era una faccenda da prendere con affannosa calma. L’indovino toccava da sopra, ma sotto, per non farlo indovinare, noi ci si mutava in bizzarre forme. Ma ha poi una forma, il sesso? Sotto la coperta le mani di Maurizio erano timide, ma andavano dritte dove la sua curiosità le portava. Rocco dava baci ruvidi e veloci, con labbra dure. Claudio ci si metteva addosso, pesante, e s’immobilizzava. A Carlo avevamo proibito di giocare. Noi bambine non ci toccavamo mai. O almeno non tutte insieme. Erano pomeriggi che ci restituivano alle nostre case con la testa vuota. Si giocava in Cortile, proprio sotto gli occhi di qualsiasi mamma si affacciasse. La coperta sparì come si era materializzata. Questioni di “igiene”, dissero i Grandi. Troppo vecchia, troppo sporca. Capii che la questione non era solo di igiene quando dissi a Lucia:”…Allora dacci una coperta pulita” e lei rispose :”E certo! Ma che ti credi, di insegnare ai culi come si caca?”. Altri giochi avremmo inventato e, saggi, non più in Cortile. Ma la coperta…ah, la coperta… Nemmeno la penombra dei nostri salotti in estate ci avrebbe mai regalato lo stesso batticuore.

En avant!

C’è un quadro di Chagall che mi ricorda gli anni in cui crescemmo. ”En avant!” si chiama, appunto. Un uomo lungo, con i pantaloni a quadrettoni e i guanti verdi spicca un salto nel cielo. Ha i capelli poggiati sul capo come un elmo, e il sorriso tranquillo di chi va cercando libertà. Modugno cantava Volare, e io rivedevo il quadro che mio zio mi aveva mostrato su uno dei suoi libri delle meraviglie. Noi , come piante acquatiche, venivamo su in lunghezza. Tutti tranne Carlo, che lievitava. Avevamo forse dieci, undici anni ,e gli anni ‘60 scivolavano fuori dal tempo. Credo fossimo convinti che lo facessero per noi. Per farci un piacere. Avevamo il Mottino, i bicchieri infrangibili, i giocattoli di plastica, Corso Francia illuminato nuovo nuovo per le Olimpiadi, gli spray di quasi tutto, i flipper, i juke box. I vecchi ottoni del Palazzo erano lucidati col Sidol, una delle prime puzze che ricordo. Nelle nostre case sbarcavano frigoriferi panciuti, e lavatrici rumorose. Cucine smaltate di celeste, con l’ormai inutile sportelletto per la carbonella, sparivano mentre eravamo a scuola. Al loro posto trovavamo delle scatolone di metallo che occupavano la metà del posto. Sulla parete restava il segno di un muro ben nutrito dal grasso e dal sugo dei nostri pranzi e delle nostre cene . Avevamo la televisione. Cioè, avevo la televisione. La si guardava tutti insieme, anche con i vicini di casa, scardinando l’ossessione di mia nonna per sedie, divani, centrini, servizi buoni, cucchiaini d’argento, soprammobili e quant’altro potesse impolverarsi per poi essere spolverato. “Ogni cosa a suo posto, un posto per ogni cosa”, diceva, ma non era mica vero. C’è gente che un posto dove stare non l’ha mai trovato. E comunque la vita ti mette in disordine.

“Anche stasera siamo venuti a disturbare”. I vicini si facevano sempre più arditi, non aspettavano inviti. Non si faceva in tempo a socchiudere la porta che si sogliolavano per entrare. A volte era piacevole, altre meno. Noi bambini si doveva andare a letto, si sa, dopo Carosello. Ma quasi tutti riuscimmo a conquistarci le ore del Musichiere , di Lascia o raddoppia , di Sanremo, Canzonissima, Campanile sera…Ogni tanto noi del domani avevamo delle visioni, tipo Celentano. O anche Perry Mason. O quei bambini americani che potevano tenere gli animali in casa e bevevano ettolitri di latte. Il latte non mi riguardava, ma arrivava in casa dentro bottiglie di vetro grasse e forti come lavandaie, col tappo di stagnola rosso se era magro, bianco se era intero. Che orrore. Gli altri bambini se lo dovevano assorbire come spugne. Si diceva “fa le ossa”. ..Non credo ci sia stata una generazione più storta e con schiene più fantasiose.
In quegli anni cambiarono anche le merende. Le fette di pane e burro con lo zucchero o col sale, le marmellate saporose, i pomodori estivi, lunghi e rossi, che ci colavano giù per il gomito al primo morso, la ricotta mischiata col cacao, l’arancio condito con l’olio, il mezzo sfilatino con la ventresca, pane e uva, la pizza bianca col formaggino Mio…Tutta quell’arte cercata nella dispensa sparì. C’erano invece dei blocchetti di gelatina di cotogne , i Fruttini, involtati in carta trasparente .Da questa non ci si liberava per pomeriggi interi . Era appiccicosa, di una tenacia che non ho più ritrovato in nulla, nemmeno negli amanti più ostinati o nelle persone che ti vogliono essere amiche per forza. Poi comparvero i biscotti. Biscotti a colazione, merenda, e a cena come dolce. Erano da 2, da 7, da 10. Si distinguevano cioè dal tempo massimo di immersione nel caffellatte prima del disfacimento. Prima che si dovesse andarli a cercare col cucchiaio dentro la tazza. Si tiravano su che non avevano più niente di terreno. Mangiarli secchi secchi non era consigliabile: per loro composizione e natura, si accomodavano sul palato e lì si sistemavano per la notte. Si vedevano bambini ruminare come lama tibetani.

E fu in quegli anni che il Cortile diventò stretto.  (continua)


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