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Il cortile

Mia nonna non voleva che io giocassi con gli altri bambini. Mia zia o mio padre mi facevano scendere in Cortile appena lei prendeva sonno dopo il pranzo. La siesta. Dovevo risalire in casa al primo cenno dalla finestra: “Ancora cinque minuti” non lo potevo dire. Salivo i gradini di corsa e mi infilavo nella porta che qualcuno mi lasciava semichiusa. Avevo l’impressione che mia nonna sapesse bene, così come sapeva tutto, di quei giochi rubati. Lei diceva che gli altri bambini erano depositari di molte malattie: se mi veniva un raffreddore o il mal di stomaco era il suo trionfo: “Sei andata in cortile…”.

Il Cortile si era formato tra il nostro Palazzo e un altro. Noi bambini avevamo sulla testa da una parte le finestre delle nostre case, dall’altra quelle di famiglie estranee. Non c’erano bambini dell’altro palazzo tra noi. Anche perché i suoi abitanti non possedevano quel futuro a rate che noi eravamo per i nostri padri: erano tutti Vecchi. E come tutti i vecchi, cattivi.

Era un quadrato grigio come i topi che lo abitavano. Probabilmente non era mai stato spazzato e bastava cadere e poi guardarsi i palmi delle mani (se si era stati tanto accorti da metterle in avanti prima di cadere) per accorgersene. Ma i muri avevano i segni della palla : erano nostri.

Il primo che arrivava in Cortile dopo pranzo, guardava in su. Qualcuno si sarebbe affacciato, qualcuno sarebbe arrivato. “Che facciamo?”. I giochi erano sempre quelli. Il più amato era “buzzico rampichino”, e cioè correre, che era il gioco principe. C’era uno che doveva acchiappare tutti, ma non poteva farlo se chi correva trovava un modo qualsiasi per sollevarsi da terra. E non doveva toccarla. Io sapevo restare in bilico su un barattolo di vernice. I maschi sapevano appendersi a dei ganci infissi nei muri, che chissà a cosa servivano. Le femmine sapevano restare sul bordo di un gradino con la perizia di un geco.

Carlo non sapeva fare quasi nulla, né correre né acchiappare. Ma era un buon esploratore: la sua pancia ci apriva la strada. Nel Cortile, infatti, c’erano due porte. Una era la porta della Fontana, l’altra quella che portava alle scale dell’altro palazzo.

La Fontana ci era vietatissima. C’erano quattro enormi vasche piene d’acqua, dove pare che i bambini annegassero come niente. Le cameriere ci andavano a lavare le lenzuola, i panni grandi. Non aveva finestre: solo acqua e topi. Ci attirava come la grotta di Alì Babà. Aprivamo la porta e chiamavamo i bambini annegati: “ehi, scemi, avete imparato a nuotare?”. Si rideva sonoro, solo con la bocca, perché i bambini perbene sanno sempre quando fanno qualcosa di male, anche se la fanno lo stesso. Ogni tanto una delle vasche rigurgitava un po’ d’acqua o gorgogliava, e ci sembrava una risposta terrificante.

L’altra porta del Cortile si apriva sulle scale dell’altro palazzo. Quello dei Vecchi. Rocco si metteva sotto alla tromba delle scale ,prendeva fiato e poi tirava fuori un urlo da Tarzan. Era quello con la voce più forte: credo avesse gia’ tempeste ormonali tra le corde vocali e il pisellino. Appena sentivamo aprirsi le porte dei Vecchi “Che c’è, che è stato?!” scalpicciavamo veloci insieme ai topi nella nostra parte di Palazzo. I Vecchi non ci amavano e noi non amavamo loro.

Tra le cantilene di Rosalba e gli urli di Rocco (“dai, fallo ancora!” E lui prendeva fiato…) abitavamo nel Cortile fino a quando non faceva troppo freddo d’inverno e non calava il sole d’estate. Le gatte venivano a partorire in uno sportellino arrugginito dove c’erano i contatori del gas e noi gli portavamo pane e latte. Ci passavamo di mano in mano quei gattini mosci che non sapevamo accarezzare, mentre la madre ci guardava con il muso appuntito e gli occhi sgranati. Non stava tranquilla, e aveva ragione.

Ogni tanto il Cortile ce l’occupavano. C’erano due giorni ogni qualche mese in cui veniva un uomo con uno sgabello ed un panchetto. Le donne gli portavano i materassi. Lui li scuciva, tirava fuori i bioccoli di lana indurita e li metteva sul panchetto. Passava su quel pasticcio una tavola piena di ganci, che teneva con due manici forti:

stra-stra-stra-stra
la lana respirava. Si metteva intorno a lui come una nuvola di crema.
stra-stra-stra-stra

lavorava in silenzio quell’omino. Non c’era permesso parlare con lui. Dicevano che era uscito di prigione. Per noi tutti quelli che erano stati in prigione erano degli assassini. Non conoscevamo altri motivi per i quali doverci andare. Guardavamo dunque quell’assassino dalle finestre, mentre la lana gli raccontava delle nostre notti.

Una volta Daniela gli parlò dalla finestra. Lui rispose in un dialetto stretto. Daniela ce le prese da sua madre. Quando tutto fu finito le chiedemmo cosa gli aveva chiesto, ma lei fu misteriosa: “Non posso dirlo…”. Era dunque complice di un assassino. Ci sembrò, a noi tutti, il segno di un grande coraggio e anche Rocco la guardò con rispetto, mentre Carlo la giudicava come avrebbero fatto sua madre e suo padre. Anni dopo, mentre trasportavamo in una casetta di Campo De’ Fiori i nostri materassi, le chiesi cosa le avesse detto l’assassino: “E che ne so? Mica l’ho capito…”   (continua)


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