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La Rivista Intelligente

Sembra che alla Vetrata ieri (21 maggio) l’irritazione fosse ai massimi. E come poteva essere diversamente? Al termine, di quella che lo scorso sabato Salvini aveva definito una visita di cortesia istituzionale, Di Maio, indossato il sorriso di ordinanza, ci faceva sapere: uno, che il vero premier per lui è il Contratto per il Governo del cambiamento (non è che in realtà intendeva riferirsi a chi aveva apposto in calce la propria firma ai 30 punti dell’accordo?); due, che stiamo entrando nella Terza Repubblica (non è che con questo ritornello sulla ‘terza repubblica’ si intende cancellato il comma 2 dell’art. 92 della Costituzione, visto che i governi se li fanno direttamente i cittadini?). Da parte sua, il trumpiano di Via Bellerio ha voluto affermare, uno, che ‘Italia First’, due, tanto per tranquillizzare i mercati e l’Europa giacché lo spread stava ballando attorno a quota 190, che saranno rispettate normative e regole, ma “nei limiti del possibile” perché prima viene l’interesse nazionale dell’Italia.
Proviamo a capirci qualcosa …
Dopo il 4 marzo, il quadro politico è apparso subito tremendamente complesso. La prima fase della crisi è scivolata via senza problemi: consultazioni, incarichi istituzionali per esplorare e sondare, lunghe attese per far sì che venissero smaltite le tossine di una campagna elettorale particolarmente virulenta. Ma poi quando Mattarella era ormai rassegnato a mandare alle Camere il suo Gabinetto e aveva fissato l’ora dell’annuncio al Paese ecco il coup de théâtre, un capolavoro di un genio della comunicazione: la richiesta da Lega e M5S di 24 ore per verificare la possibilità di un governo politico. Arriviamo così ai passi indietro, ai passi di lato, alle astensioni benevole, ai “Silvio dammi la benedizione e fammici provare”, e via andando.
È a questo punto che il Colle decide di allontanarsi dalla prassi consolidata (prima il Presidente del Consiglio incaricato e poi tutto il resto) e di percorre itinerari fino ad allora inesplorati. Per carità, nulla di allarmante, l’art. 92 lascia ampia libertà di manovra, il resto è appunto soltanto prassi. Sta di fatto che in modo del tutto informale – attraverso un reiterato procedimento di richiesta e concessione di proroghe – Di Maio e Salvini ricevono, entrambi, una sorta di preincarico esplorativo. I due lavorano con impegno e nell’arco di due settimane chiudono l’accordo.
Lasciamo perdere il contratto alla tedesca; ha detto bene ieri Zagrebelsky: un testo dove abbondano “occorrerà, è necessario, si dovrà, è imprescindibile” non ha nulla a che vedere con un contratto, è soltanto un accordo per andare insieme al governo. È certamente così, ma i due ‘preincaricati’ stringono un patto forte dove c’è il nome (al singolare) del Presidente del Consiglio, i nomi e i cognomi della Squadra, accanto, sono parole di Salvini, a un “progetto di Paese”; e – possiamo scommetterci – sebbene ‘coperti’, ci sono in quell’accordo anche i nomi per la Cassa depositi e prestiti, la Rai, la Commissione Europea e via nominando.
A questo punto, il Quirinale, da qui l’irritazione, deve decidere se per difendere i risparmi degli italiani si può mandare a Bruxelles un multi-curriculato (fino a prova contraria) professore di diritto con tanto di pochette. Viste le lunghe permanenze in prestigiose università del Pianeta, con le lingue farà sicuramente una bella figura. Ma cosa accadrà nel caso fosse obbligato ad attenersi agli appunti sull’euro che gli avranno passato Matteo Salvini e Claudio Borghi? Qui non è questione di prassi perché si va dritti al cuore dell’art. 95, che stabilisce che “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”.

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