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“I cartografi fecero una mappa che aveva l’immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso”, ma non con la sua memoria. Una mappa grande quanto una città è il suo doppio, il suo specchio, la sua morte. Lei è venuta la prima volta nel pomeriggio del 14 gennaio. Ha visitato i luoghi, guardato gli occhi spaventati delle persone, fatto una lista, iniziato la demolizione. Il 15 notte è tornata per finire il lavoro.
Oggi la mappa della memoria è un labirinto di cemento adagiato sulla piccola montagna dove una volta era la città o forse soltanto la sua mappa. Un sindaco, democristiano, ma con l’anima comunista, in odor di scomunica, ha chiamato un medico di Città di Castello chiedendogli di restituire la memoria al paese. E lui, per tutta risposta, ha cementificato le case, o quel che ne resta: macerie.
Eppure avvicinandosi a questo cimitero di calcestruzzo si comincia ad avvertire uno strano disagio. Un disadattamento: sei qui, dinanzi a questi blocchi di cemento, separati da immense ferite, ma in effetti non sei qui, anzi sei qui ma non è oggi. E’ uno ieri vicino, ma lontanissimo.
Nella piccola Gebel si viveva come in un’opera dei pupi. C’era il signore nel suo castello, il prete nella cattedrale. Non c’erano i mori perché i mori erano il popolo. Contadini crepati dal sole e donne bianche come latte di capra con occhi neri e rossi, lucidi come i chicchi di corvo.
E, appena inizi ad addentrarti in quei vicoli grigi e freddi, subito ritrovi le case che un giorno popolavano il grande cretto.
Ecco qui c’era Salvo. Un figlio poliziotto e un altro con Buscetta. Là stavano Santuzza e Antonio. Due figli a Torino e uno in Germania, tornato qualche tempo fa. Una moglie crucca e due figlie bionde come il grano. Con i denari guadagnati presso la fabbrica bavarese di motori ha comprato un ettaro di terra a Salaparuta per fare il vino più buono di quello del Duca. E nella casa prima della piazza del Municipio abitava Maria che dopo la fuitina con Rosario ha rifiutato il matrimonio riparatore.
Ti viene da piangere. Un vento che s’insinua nel cretto ti riscuote. Porta odori antichi che non sai riconoscere, ma istintivamente pensi a una tavola povera su cui è poggiata una pagnotta e una bottiglia di vino. Non è un altare ma va bene lo stesso per concludere questa liturgia della memoria. Così, spezzando il pane e bevendo un bicchiere di Syrah, rendiamo grazie a Gibellina che ancora vive sotto il Cretto di Burri.

Note
La frase iniziale è tratta dalla Storia universale dell’infamia di J.L. Borges.
Il sindaco di Gibellina all’epoca del terremoto del Belice del 14 e 15 gennaio 1968 era Ludovico Corrao.
Gibellina è una parola araba che vuol dire piccola montagna.
Alberto Burri era medico

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