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La partita sotto il gazebo

La partita sotto il gazebo

scritto da Rosario Pennone

“Scusi quanto costa questo gazebo?”. Mi voltai: era un uomo fra i quaranta e i cinquanta, all’apparenza ricco, educato, raffinato ed elegante. Provai a guardarlo con occhi di ghiaccio come a volergli dire: “Come osi entrare in questo negozio proprio adesso, proprio adesso per soddisfare le tue futili curiosità?”. Senza accorgersi della mia ostilità interiore, riformulò la domanda esattamente nello stesso modo, anzi con un tono quasi più confidenziale. In quel momento la verità era evidente, quell’uomo, ai miei occhi era sicuramente, fatalmente, inevitabilmente e solamente uno stronzo. Forse lo era davvero uno stronzo, forse i suoi figli lo disprezzavano perché era un egoista, e sua moglie mandava avanti da anni un matrimonio instabile perché succube della situazione o, peggio ancora, delle sue oppressioni. Forse i suoi genitori aspettavano invano da settimane una telefonata e, quand’anche l’attesa non fosse stata vana e quella telefonata fosse arrivata, si sarebbe trattato dell’ordinario, freddo scambio di battute, senza un pensiero tenero, o una parola affettuosa.
“Seicentosettantamila lire”, risposi. Nonostante il forte caldo il suo viso era esente da sudore e da qualsiasi altro segno di stanchezza. La sua gentilezza, tra l’altro anche sincera, mi irritava. Rispondevo molto cordialmente a tutte le domande (ghisa e stoffa, che cacchio domandi? Non lo vedi?): la struttura è in ghisa e il telone, come vede, è in cotone, impermeabile naturalmente. Il montaggio è compreso nel prezzo…”. Continuavo a snocciolare il mio repertorio di frasi automatiche sulle qualità del tavolo e delle sedie esposte sotto il gazebo, cercando di convincerlo a riempire il suo giardino con quelle prelibatezze dell’arredo esterno. Continuavo pur sapendo che se si fosse deciso a formalizzare l’acquisto ne avrei avuto per un’altra mezz’ora e l’avrei odiato ancora di più per questo supplizio supplementare. Continuavo perché il titolare non avrebbe gradito se avessi mandato a farsi benedire un potenziale cliente, ma una vocina fastidiosa e petulante mi ripeteva la stessa unica e lancinante domanda: perché, in un afosissimo pomeriggio di giugno, in un’Italia immobile, com’è giusto e sacrosanto che sia quando la nazionale di calcio gioca una partita importante della fase finale dei mondiali di calcio, l’unico stronzo, indifferente e sprezzante sia del caldo sia della sacralità dell’evento, doveva capitare a me?
Il mondiale era quello di Spagna dell’82 e l’incontro Italia-Argentina, risultato finale due a uno. Con Carmine, un collega, ci eravamo giocati la partita a testa o croce e a me era toccato il primo tempo. Me lo ero consumato spuntando dalla sorte un misero zero a zero, fra l’altro povero di emozioni. La cosa aveva acuito non poco il mio senso di frustrazione. Nel secondo tempo, in base all’accordo, ci fu la sostituzione: Carmine nel retro a guardare la partita, io con la mia bile a presidiare il negozio; il titolare, in quanto tale, dove gli pareva.
“Non le piace il calcio?”, candidamente domandai, sguainando un sorriso d’ordinanza e sperando in una retromarcia del bipede presumibilmente allergico (o immune?) alle passioni calcistiche. “Preferisco il golf.”, rispose, aggiudicandosi in un unico colpo gli ultimi spiccioli della mia antipatia.
Il secondo tempo, a giudicare dalle urla ondeggianti dei fortunati telespettatori, pareva essere più vivace. A quello che per tutti era il decimo minuto del secondo tempo (per me, solo per me, era un’indefinita ora di un afoso e cazzutissimo pomeriggio di giugno) la voce concitata di Nando Martellini, l’urlo dell’Italia intera e la corsa impazzita di Carmine attraverso i tavoli in esposizione, annunciarono all’unisono che qualcuno dei nostri aveva segnato; Tardelli, seppi poi in differita.
Ad un orario indefinito di un afoso e cazzutissimo pomeriggio di giugno (quello che per tutti era il decimo minuto del secondo tempo dell’incontro Italia Argentina della fase finale dei mondiali di Spagna dell’82) il cliente, totalmente incurante di quel momento di gioia collettiva, decise: “Mettiamo giù un preventivo?”.
“Naturalmente”, risposi, risvegliandomi dai miei pensieri e, carta, penna e calcolatrice, mi apprestai tristemente a sommare prezzi e articoli.
Il caldo, la rabbia, la rassegnazione, le continue domande inutili del bipede, l’eco delle esultanze strozzate dei quasi gol, i baffi attenti del titolare che mi osservavano indagatori, le addizioni, le sottrazioni e le percentuali di sconto, mi avevano scisso in due.
Una parte di me discorreva amabilmente di faggio doppiamente laccato, di tavoli in resina indistruttibili, di sedie a sdraio, e di tutto lo scibile dell’arredo giardino; un’altra parte viaggiava nello spazio e nel tempo ripercorrendo le mie Italia-Argentina passate. La prima, quella del ’74, triste pareggio, preludio di un’eliminazione precoce dal mondiale tedesco culminato con l’accoglienza aeroportuale a base di insulti e ortaggi. La seconda, quella del ’78, esaltante vittoria contro la squadra di casa con un gol memorabile (triangolazione con tacco di Bettega e tiro finale di Rossi) e festeggiamenti notturni a oltranza. Alla terza Italia-Argentina, questa per me catastrofica, avevo diciotto anni ed era il mio quarto mondiale, quello del ’66 non lo conto: avevo due anni e non mi permisero di vederlo, credo.
Il secondo gol dell’Italia (Cabrini al ventiduesimo, riuscii a carpire dal lontano) arrivò improvviso e il boato fu più gioioso e liberatorio del primo. Un’eventuale vittoria avrebbe significato, lo sapevano tutti tranne il mio carceriere, un primo passo verso la semifinale.

Mondiali di calcio Spagna 1982 - Italia campione
Mondiali di calcio Spagna 1982 – Italia campione

Al 36’ del secondo tempo, mentre Bruno Conti piroettava incoscientemente nella nostra difesa in mezzo agli avversari e Claudio Gentile marcava Maradona azzannando a volte la maglietta a volte Maradona stesso, tutti e tre inconsapevoli del fatto che il destino li aveva privati di uno spettatore del mio calibro, il cliente, che avevo scoperto chiamarsi Norberto Galeazzo, pose la sua svolazzante quanto odiosa firma sotto un contratto d’acquisto: si era aggiudicato tre tavoli tondi da giardino, dodici poltroncine della stessa serie, dodici cuscini per le poltroncine di cui sopra, due gazebi di ghisa e un ombrellone da mercato; praticamente, per la gioia del titolare che se la rideva sotto i baffi, si era comprato mezzo negozio. La consegna, e qui il bipede si era molto raccomandato, fu fissata entro il giovedì della settimana successiva in occasione del compleanno della madre; me lo aveva raccontato, sprecando altro preziosissimo tempo dei miei mondiali, anche se a me dei settant’anni della vecchia non me ne fregava niente. Ci salutammo. Mi strinse la mano ringraziandomi per la mia gentilezza e cortesia. Per un attimo la tenerezza di Mister Magoo mi fece quasi tenerezza ma solo per un attimo, subito dopo gli stavo stringendo la mano augurandogli un attacco di diarrea durante la finale del campionato mondiale di golf.
Appena ebbe messo piede fuori dal negozio mi precipitai nel retrobottega. Trovai Carmine in trepidazione perché nel frattempo aveva segnato l’Argentina. Mi resi conto solo in quel momento che per il conteggio dei gol mi ero affidato solo ai boati del pubblico; il mio metodo non aveva intercettato il silenzioso gol dell’Argentina. Tempestai Carmine di domande cercando di riempire un vuoto oramai incolmabile. “Chi ha segnato?”, “Quanto manca?”, “Come stanno giocando?”, “Chi è entrato nel secondo tempo?”, “Ammoniti?”, “Espulsi?”. Nonostante le sue risposte fossero prevalentemente grugniti e monosillabi, riuscii comunque a farmi un’idea della situazione: mancavano quattro minuti alla fine e c’era da soffrire.
Mi immersi nella sofferenza tentando di recuperare, con l’intensità degli ultimi minuti, le emozioni che mi ero perso. Il triplice fischio arrivò liberatorio. Uscimmo di corsa facendo il solito slalom fra gli ostacoli in esposizione e la solita gara. Arrivai primo fuori, avevo più adrenalina accumulata. Le bandiere, le trombe, i caroselli di auto, i clacson, il copione festoso di un post partita vinta ai mondiali sarebbe cominciato nel giro di pochi istanti.
In quella calma piatta che precedeva la tempesta una visione mi colpì. La testa calva di un uomo mezzo sdentato usciva dal finestrino destro di un camioncino arancione; l’uomo mi sorrise e mi salutò. Festeggiava battendo ritmicamente la mano sulla portiera mentre il suo collega guidava velocemente. Gli sorrisi anch’io e alzai le braccia in segno di vittoria. Correvano, forse per evitare di bloccarsi nel traffico che di lì a poco si sarebbe formato. Correvano, forse semplicemente per festeggiare. Trainavano – era un carro attrezzi – una bellissima e splendente BMW blu, decappottabile, che qualcuno aveva incautamente lasciato in divieto di sosta. Un’altra visione calamitò la mia attenzione: un uomo sudato, spettinato e visibilmente incazzato inseguiva invano la sua auto portata via dal carro attrezzi e urlava inascoltato frasi inascoltabili. Era il mio bipede infame che quasi stentai a riconoscere. Lo perdemmo di vista in lontananza fra le bandiere in festa.
“Lassù qualcuno mi ama!” gridai. Abbracciai Carmine, ridemmo a crepapelle e festeggiammo cinicamente con rinnovata esaltazione.

gazebo

La sera vidi la replica della partita che tutti avevano vissuto in diretta. Io invece avevo vissuto una partita zoppa. Me lo aveva azzoppata lo strano bipede allergico al calcio. Lo stronzo (è lo pseudonimo che preferisco) fu anche fortunato perché in fin dei conti non era stata una partita memorabile. Se mi avesse fatto perdere Italia Germania del ’70 l’avrei sgozzato.

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