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La Rivista Intelligente

Di case, famiglie e riti sociali

Mi sono chiesta a lungo, in questi mesi, in quale momento avrei potuto dire: “Ecco, sono qui, questa è casa mia, questo è il mio luogo”. Quando la mia presenza nella città dove ho scelto di vivere sarebbe stata naturalizzata. E mi è successo all’improvviso, con dolore, alcuni giorni fa, quando ho saputo della morte di una persona che conoscevo bene. Un artista brasiliano di 27 anni, Marcus Vinícius. Definirlo amico sarebbe millanteria, ma quando ci incontravamo non mancavano mai alcuni minuti di chiacchiere. Ed era stato lui a consigliarmi di vivere ad Almagro, che ora è il “mio” barrio.
È stato lo shock di questo primo lutto a farmi capire quanto è fitta la trama di relazioni che ho intessuto in questi mesi. Legami intensi, che diventano “famiglia” quando ti trovi a 12mila chilometri “dall’altra casa”. E allora acquistano un senso le serate sul divano del soggiorno, con le mie coinquiline, a guardare in tv “Tiempos Compulsivos”, la serie che ha sostituito “Un posto al sole” nel pantheon dei miei riti sociali. Io, che all’inizio avevo vissuto la coabitazione come un peso, dovuto solo a motivi economici, ora sono felice di avere compagnia.
“Perché vuoi vivere qui?”, mi ha chiesto il mio direttore di tesi.
“Perché qui ogni cosa si trasforma in un’avventura”
Ed è bello, a volte è durissimo, ma è sempre bello. Anche quando ti accorgi di dover ricominciare da zero. Quando torni a mezzanotte dopo otto ore di lezione all’università e ti butti sul pacco dei biscotti anziché cucinarti qualcosa di sano. Quando ti serve più di un’ora per scrivere due cartelle in spagnolo, mentre in italiano te la saresti cavata con 20 minuti. Quando credevi di aver trovato quello giusto e invece no. Però ci riprovi. Sai che puoi sopravvivere, che ti sei sempre rialzata, anche quando ti sembrava peggio di tutte le altre volte. Sai che è questione di tempo e che un giorno smetterà di fare male. Intanto ci sei, sei qui. È ciò che volevi. Te lo sei preso. È tuo. Va bene così.

 

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