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Lasciai la mia casa d’infanzia
Foto Giovanna Nuvoletti

L’importanza dei luoghi (2)

La mamma e Mike erano davvero stupiti.
Mike soprattutto, non riusciva a capire perché non volessi traslocare da lì.
«Scusa, fa proprio schifo. È una casa umida, buia, stretta, senza vista. Gli altiforni dell’Italsider, a due passi, avvelenano l’aria. Il mare è ormai a un’ora di tram. Non sei contenta di andare a stare meglio? Ora che possiamo finalmente permetterci di rialzare un po’ la testa, dopo tanti momenti neri. Beh, comunque domani si trasloca. Se vuoi restare…».
Era la mia casa d’infanzia.
Ci eravamo nati mamma, io, mio fratello. E ci erano morti i miei nonni, coloni romagnoli. Lasciarla era cancellare la loro memoria. Però… anche altri momenti tristi, tristi. Mi decido, attraverso l’Aurelia. Mi arrampico per la collina dei sessanta. Mugugno. «Che faticata, e che vorrà dire stare meglio? Un po’ meno topaia? Capirai!»
In cima alla salita, dove c’è il capolinea della corriera, appunto 60, vedo il portone.
Beh, sembra di mogano, ottone e cristallo, ma vah!
Entro nell’ascensore anni ’40 ricco di cuscini, velluti rossi e specchi. Ma dove sono? Ho sbagliato casa?
Interno 3. Porta mogano e ottoni. Chiave giusta, entro. La luce è già accesa. Un lungo corridoio, i pavimenti sono in stile genovese perfetto. Una fila di porte sulla destra: apro e la luce della finestra non rischiara, perché sono chiuse le tapparelle.
Apriamo un discorso sulle tapparelle. Io le odio. Sono integraliste, schiacciano fuori la luce come un foruncolo.
Mi lascio a destra la camera di mamma, la mia, giro e trovo un’altra stanza e un bagno. Carino, piccolo. Vado un po’ avanti e trovo un altro bagno: enorme! Pieno di specchi, e la vasca ha le zampe di leone come nei film in bianco e nero di Hollywood.
E in fondo, la cucina. Grande, con il confortante lavandino di marmo genovese in fondo a sinistra.
La vetrata in alto sulla poggiolata e la porta-finestra sul terrazzo con tapparella chiusa.
Affronto l’odiata tapparella e con grande sforzo strappo e strappo… Subito una sventagliata di mare, di sole, di quanto più meraviglioso potesse arrivarmi addosso.
Tutto il porto, la Fiera di Genova, la Lanterna, Punta Vagno, il Golfo Paradiso e, in fondo, Punta Chiappa.
Ehi, attento, è troppo. Non sono abituata. Fammi respirare.
Sono tornata di corsa in via Leone Vetrano. La Mamma e Mike erano seduti su due casse da imballaggio in cucina e bevevano una bottiglia di spuma. Avevano gli occhi di due che ti avevano presa per il culo.
«Spiritosi davvero. Non potevate dirmelo subito che la nuova casa era una specie di hotel a quattro stelle con vista mozzafiato?»
«Sorpresa!»
Così lasciai la mia casa d’infanzia. Senza rimpianti.

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