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La Rivista Intelligente
Le formiche sul lavabo
Illustrazione Stefano Navarrini ©

La domanda è: come far sloggiare le formiche senza ucciderle?

Avevo provato la salvia vicino al buco, l’alcol, che però le rendeva più euforiche.

Iniziai a parlarci.

Anche le formiche avranno una propria psicologia, quindi la loro mente può essere violata.

Ho riflettuto su cosa dire loro. La formica non teme niente perché è l’animale più forte del mondo. Deve essere molto piena di sé.

Il cervello è piccolo e primordiale, il che restringeva i terreni di persuasione, non avrei potuto convincerle sulla convivenza tra diversi, sulla Pace ecc.

Forse minando la loro organizzazione sociale? Pensai subito a un sindaco, per il vizio che abbiamo di umanizzare tutto. Loro non hanno sindaci.

Qualche vizio? Una mattina vidi la prima, era proprio a metà tra il buco vicino al rubinetto e l’inizio dell’acquaio.

Spesso fanno finta di non vederti, così cercai di scuoterla:

«BUONGIORNOOO» urlai fino a farla fermare, capii che mi stava guardando dalla posizione della sua testina.

Pochi secondi e ricominciò il viaggio come se io non esistessi.

«COME STAI, LUCREZIA?». Nell’ultimo urlo le detti anche un nome, per familiarizzare, visto che abitavamo nella stessa casa e dovevamo condividere la cucina.

Si fermò di nuovo, mise una zampina in bocca, come per fischiare. In pochi secondi le sue colleghe erano tutte fuori dal buco. Invece di urlare, ebbi l’idea dei gesti. Sembravo un vigile urbano nel mezzo di un incrocio. Qualcosa accadde. Lucrezia si fermò, fece un altro gesto, mosse le zampine davanti come due ferri da calza e il gruppo si mise a forma di plotone.

Potevo parlare e lo feci con una voce ridicola: «Io umano, voi formiche, troppe formiche, non posso sfamarvi tutte. Dovete uscire, se volete vi apro la finestra. Quella, quue-lla» indicando con la mano.

Anche se parlavo come Totò a Milano, mi sentivo San Francesco.

Continuai a parlare per tutta la mattina e loro parevano ascoltarmi. La mia parlantina avrebbe potuto annichilire un elefante; fiero di me, cercai di entrare nelle loro menti. Volevo insinuare qualcosa di sconvolgente, sul modello del “Dividi et Impera”.

L’invidia produce separazioni, maledizioni, messe nere e riti voodoo, fino alla malattia auto procurata. Presi di mira Lucrezia, la più ricettiva. «Vedo che hai un’antenna più corta della tua amica laggiù. Sì, quella vicino alla spugna in terza fila, lei è molto più elegante di te, non te ne eri accorta?»

Poi silenzio. Sembrarono annoiate. Aprirono la bocca tutte insieme, come per una risata collettiva, o forse uno sbadiglio, e sempre inquadrate ripresero la strada del buco e non le vidi più. Nemmeno il giorno dopo. Scomparvero per sempre. Mi chiedo ancora oggi i motivi della reazione. In fondo ci sono riuscito, dovrei essere contento. Provo invece nostalgia, e mi ha fatto riflettere.

Sono un uomo solo, sono stato sposato e ho avuto anche figli che non vedo da anni, amici passati e una pessima reputazione.. Certo sono burbero, poco incline al dialogo, spesso litigo con chi mi è accanto; va bene, mi ubriaco spesso e ho idee un po’ antiquate. Ma non credevo che anche le formiche non riuscissero a vivere con me.

 

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