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Le mie donne
Disegno dell'Autrice

Le mie donne

scritto da Danielle Sassoon

Che io fossi nata sotto una buona stella lo si capì da subito, quando sventai il primo tentativo infanticida di mia madre, liberandomi dal cordone ombelicale stretto intorno al collo che impediva a ogni sua spinta il mio ingresso al mondo.
Nel corso degli anni, va detto, la tecnica materna di sterminio fu decisamente perfezionata e messa a punto ai danni miei e delle mie sorelle, non senza sacrifici e costante dedizione da parte sua, anche grazie al sostegno di un tecnico di laboratorio di prim’ordine, fedele compagno di una vita, papà.
Si dà il caso che nei tempi morti, quando noi figlie rientravamo nelle nostre camere tra un esperimento di epurazione e l’altro, io disegnassi. Il primo disegno degno di nota che io ricordi rappresenta un cavallo, realizzato con una tecnica appresa in quegli anni alle scuole elementari: tanti puntini di colore picchierellati con la base di un bastoncino di legno sulla carta, fino a far emergere la forma desiderata.
Accolto con lodi sproporzionate dai miei nonni paterni, che in quella bestia abbozzata e tremolante vedevano segni indiscutibili di una genialità in erba, e da ultimo anche le condizioni per rinegoziare i termini della mia prigionia, grazie a quel disegno le mie misure cautelari effettivamente si alleggerirono, e con esse anche l’inerte ripetitività delle mie ore.
Il cavallo, che appariva col lungo collo abbassato e il muso chino nell’atto di bere in un calmo ruscelletto, evocava sentimenti bucolici e tranquillizzanti, perciò si decise di affidare a me la realizzazione dei manifesti di propaganda da appendere lungo gli androni del reparto, in mostra per quei familiari e ospiti saltuari che venivano di tanto in tanto in visita alla struttura.
Rifornita di fogli e matite, cominciai a produrre orsetti e cagnolini, maialetti ripuliti e festanti dentro casette che ribollivano per i fumi di crema d’avena sul fuoco della cucina, cimentandomi in diverse interpretazioni del mondo animale in chiave infantile, con famiglie di bestiole rigorosamente asessuate e felici in un habitat boschivo del tutto immaginario.
Non saprei dire con esattezza quando cominciai a disegnare le mie donne, ma piano piano mi accorsi che le lunghe ore passate da sola in cerca di ispirazione si erano trasformate in avamposti incustoditi, cortili inaccessibili e ombrosi di un edificio in disfacimento, dove mi muovevo inaspettatamente libera.
Consapevole di venir meno ai miei doveri, invece di tinteggiare teneri soggetti a pastello, presi a ritrarre donne in serie, dando corso a un impulso incontrollabile e urgente. Sfatte, il più delle volte nude, i grossi seni cadenti, i corpi deformi con testoline semicalve in cima, liete, coi loro sguardi da ruminante buono e rughe fonde su volti da bambine giganti, le collocavo sempre in spazi indefinibili, con pochi dettagli alle spalle, uno squarcio di muro dalla tappezzeria ammuffita o qualche piastrella sbrecciata di una doccia d’ospedale. Stese su letti di ferro o sedute, da sole o in coppia, immortalate in uno stato ebete di perenne attesa, portavano la mia richiesta di soccorso all’esterno (le mie sorelle intanto mi mettevano in guardia, i controlli nel campo si erano fatti più severi).
Cominciai a mostrarle in giro cercando ad ogni occasione segnali di intesa che lasciassero presagire la nostra imminente liberazione, movimenti millimetrici di sopracciglia, strette di mano complici e trattenute qualche secondo in più. Dopo il loro inverosimile debutto in società invece, le cose presero una piega diversa dal previsto e le mie donne, ammetto con un certo orgoglio, per qualche tempo goderono anche di una certa notorietà (le si incontrava spesso in ambienti mondani): qualcuno si propose di esibirle sulle pareti di casa, altri intravidero un’opportunità di guadagno. Considerate alla stregua di bizzarre espressioni attinenti al mondo minore dell’arte, furono amate, ma anche temute per quella loro minacciosa indecenza. Di certo non ascoltate. Nulla poterono, in seguito, per contrastare il mio destino, che si compì ineluttabile di lì a poco, declinato da amici e conoscenti come l’invito a una festa pomeridiana di compleanno di un compagno di classe sgradito.

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