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La Rivista Intelligente

 

Le autocitazioni sono sempre importune e ineleganti. Posso addurre, grazie a Musil, una sola giustificazione: “Seinesgleichen geschieht” (Le stesse cose ritornano)

 

 

L’occasione del referendum (è quello del 18 aprile 1993 che cambiò la legge elettorale) era attesa da una parte della sinistra per un regolamento di conti. L’obiettivo era che il NO superasse il venticinque per cento dei voti. Pur attribuendone al Msi un dieci per cento, sarebbe risultato che, a sinistra, c’era un’area di opinione intorno al quindici per cento che rifiutava la riforma voluta dal SI.

Così pensavano in molti. Fuori dal Pds, una maggioranza dei dirigenti dei verdi – Gianni Mattioli in testa – la Rete (il raggruppamento di Leoluca Orlando), molti intellettuali (Rodotà e altri), il manifesto; oltre a Rifondazione. C’erano, poi, pezzi della sinistra democristiana e del mondo cattolico. Infine, al nostro interno, i comunisti democratici (la minoranza che non seguì la scissione di Rifondazione); ma non solo loro. Si sarebbe aperta una contestazione molto acuta, che avrebbe messo in discussione la segreteria Occhetto; ma anche la svolta e il Pds.

D’Alema agì per collegarsi a questa realtà, per accreditarsi come interlocutore, in alternativa a Occhetto se il referendum avesse avuto un esito in linea con le aspettative del NO. Ci furono incontri: a Firenze con Caponnetto e Mattioli. Furono programmati appuntamenti: un’assemblea nell’aula magna dell’università di Roma con Ingrao. Di tutto questo lavoro, di cui D’Alema fu parte attiva, sono a conoscenza non certo perché io sia abituato a “fare indagini”. Mi giungevano notizie, mi informavano in molti.

I “comitati del NO” proliferavano dappertutto. Il loro vero significato era rivelato dall’obiettivo di renderli permanenti, di farli esistere anche dopo lo svolgimento del referendum. Dovevano aggregare una “sinistra di opposizione”, antagonistica: in conflitto con chi aveva pensato e voluto il Pds.

Se il NO avesse avuto il risultato che si aspettava, tutto era pronto per una virata che avrebbe rimesso in discussione l’orientamento di fondo della sinistra: Pietro Ingrao lasciò il partito nelle settimane immediatamente successive al referendum (Il SI ebbe l’82,60%) . Fu la sua ultima battaglia: fino a quel momento non aveva del tutto rinunciato a determinare una inversione di rotta. Visto l’esito, valutò che – almeno in tempi brevi – non c’erano forze sufficienti; e rinunciò.

D’Alema cercò di volgere il sommovimento a proprio vantaggio. Da allora, cioè dalla primavera del ’93, e fino a luglio del ’94, ogni sua parola, ogni suo atto non hanno avuto altro obiettivo che la cacciata di Occhetto

 

Da: Claudio Petruccioli  “Rendiconto” – Il Saggiatore, 2001. Pagg. 120-121

 

NB = Le note esplicative in corsivo e tra parentesi sono aggiunte di oggi.

 

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