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Le visioni della Vie d’Adèle

Le visioni della Vie d’Adèle

scritto da Valeria Viganò, Giovanna Nuvoletti

 

Com’è complicato scrivere de La vie d’Adèle. Perché ha suscitato un putiferio di reazioni, ha creato fazioni contrapposte, è stato letto in modi diversi, considerando piani diversi. È un film lesbico? È un film sui rapporti di classe? È voyeuristico? Ha un punto di vista molto maschile? Le scene di sesso sono estenuanti e ginniche? È stereotipato? Uno scatenamento, un subbuglio simile non si vedeva da tempo. Odio o amo. In mezzo c’è anche chi fa spallucce. Troppe le aspettative riguardo alla tematica di una storia d’amore tra due donne, forse semplicemente perché sono davvero pochi i film che ne fanno il nodo centrale, troppo semplice rifiutarlo in toto. È palese che non c’è alcuna militanza femminile né tanto meno lesbica ne La vie d’Adèle, non ne ha i presupposti né le intenzioni. Chiaro che non ha alcuna valenza politica o ideologica. È una storia raccontata intorno ad Adèle, alle sue incertezze identitarie, alle sue aspirazioni apparentemente limitate, ai suoi errori, alla sua famiglia semplice. La protagonista è una, non due. Adèle cerca, annaspa, si batte, si appaga, tradisce. Il suo ritratto stordito corrisponde al magma giovanile attuale. Il percorso è quello della ricerca d’amore, di Adèle e di Emma, un amore che ha, come tutti, la passione, l’abitudine, il tradimento, l’abbandono. Emma è certa di chi è e di cosa vuole, fa la pittrice, supportata dai genitori. Alla fine la sua certezza, che appare spavalda e ribelle, la spinge in un ruolo classico e familiare, con compagna e figlio al seguito. Adèle, alla fine, cammina sola. Un ragazzo che la vede allontanarsi dalla mostra di quadri di Emma e salta in auto per rincorrerla, non la trova. Le due attrici sono bravissime nei primi piani soffocanti e senza scampo di quell’antipatico di Kechiche. Le scene di sesso adolescenziali, veritiere nella giovanile cecità passionale dei corpi, sono troppo lunghe e insistite, e sì, quelle sono voyeuristiche. La Adèle che interpreta Adèle offre una prova magistrale nel rivelare stati d’animo, reazioni, dolcezze e imbarazzi. Mi dispiace per chi ha odiato questo film. Nonostante le falle è un film da vedere assolutamente. (Valeria Viganò)

La Vita di Adèle mi ha lasciata indifferente. Ho trovato le scene di sesso di una noia mortale. E i primi piani insistiti di bocche frementi, occhi lagrimosi, capezzoli erti o nasi moccoluti mi sono parsi fastidiosi. L’unica emozione forte che ho provato è stata un certo imbarazzo per le due graziose ragazze che, nude, si contorcevano come serpenti nevrastenici. Eppure è un’opera che mi ha fatto pensare. La prima domanda che mi sono posta è stata: è un film omofobico? No. Non si prende gioco dell’amore fra le ragazze e non lo svaluta. Magari per ragioni di cassetta si compiace assai, ci marcia, ma non offende. E poi mi sono domandata: di cosa si parla, qui, davvero? Di una ragazza che cerca se stessa. Incerta, a volte poco sincera, a volte semplicemente idiota. Ma viva, vivissima. Una ragazza che ama mangiare, bere, baciare, scopare, leggere, scrivere, ballare. Che ama stare con i bambini, non con un senso doveristico, ma in una dolce passione animale verso i cuccioli umani, che le corrisponde tutta. Ama la vita, ama i terribili spagetti à la bolognaise immaginati italiani dalla sua modesta famiglia di Lille, ma ama anche, e da subito, les huitres, quando le incontra per la prima volta, alla prima cena presso l’intellettualissima famiglia di Emma – Emma dai capelli blu e dall’occhio sardonico. Un film da vedere? Certo. Chi non ha il cuore arido come il mio potrà commuoversi per il grande amore fra le due fanciulle, coronato da fatale grande dolore. Gli altri si divertiranno. Penseranno. La diciannovenne Adèle Exarchopoulos e la ventottenne Léa Seydoux, sono belle e brave, e tutti gli attori che le circondano sono nella parte, credibili, incisivi. Scatenante la musica da ballo. (Giovanna Nuvoletti)

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