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L’Uomo venuto dal ghiaccio
Immagine di Aglaja

L’Uomo venuto dal ghiaccio

scritto da Giorgio Laika Vanni

Il genere umano, cui appartengo mio malgrado, ha difetti. Il peggiore è la supponenza. Presumere di sapere tutto quando nulla si sa, la certezza maestra di vita al posto del dubbio. Mi dà un piacere quasi animale veder le fragili convinzioni umane naufragare davanti all’imperscrutabilità della Natura e alla sua potenza.

Quest’estate, passando per Bolzano, mi sono ritagliato tre ore per poter visitare il museo archeologico: la casa di Oetzi. Una mummia perfettamente conservata, rinvenuta per caso da due escursionisti nel 1992 a oltre 3000 metri di altitudine. I ghiacci della Val Senales lo hanno protetto dalla putrefazione. Ha più di 5000 anni, essendo vissuto tra il 3300 e il 3100 a. C., età del rame.
L’unicità del ritrovamento sta non solo nella mummia ma nel corredo, anch’esso perfettamente conservato. Dalle scarpe al cappello, pelle e pelliccia in più strati, è tutto confezionato con abilità e perizia.
Era alto mt. 1,60, pesava una cinquantina di chili e aveva 46 anni, per l’epoca un vecchio in discreta salute. Fu ucciso da un altro uomo che lo centrò con una freccia sotto la scapola e lo aggredì spaccandogli la testa ma sarebbe ugualmente morto dissanguato. Si difese. Tante le ipotesi su chi fosse Oetzi, perché fu ucciso e cosa ci facesse lassù. Probabilmente non lo sapremo mai.
L’arsenico trovatogli addosso fa pensare che lavorasse il rame, le mani quasi prive di calli che non fosse un contadino. Ma i grandi misteri cominciano ora: aveva una sessantina di tatuaggi. Allora erano rarissimi e venivano praticati con incisioni profonde, ricoperte da carbone vegetale. Sono tutti nella parte inferiore della colonna vertebrale e sugli arti in corrispondenza delle zone di pressione dell’agopuntura cinese, che sarebbe stata scoperta solo 2000 anni dopo. Oetzi soffriva di artrosi e quei punti alleviano proprio il dolore.
E ancora: nel corredo oltre a frecce, faretra, arco, una gerla (per trasportare cosa?), un pugnale e un’ascia di fattura perfetta, c’erano contenitori in corteccia di betulla. Un paio servivano per conservare le braci per accendere il fuoco, ma in un altro sono stati rinvenuti resti di funghi e bacche. I funghi sono basidiomiceti delle betulle: antibatterici, antibiotici, disinfettanti e antitumorali di stomaco, fegato e intestino. Le bacche sono di prugnolo: febbrifughi, antispastici, depurativi e ricchissimi di vitamine.
Nel suo intestino sono stati trovati resti di uova di tricocefalo, un verme parassita che non uccide ma provoca dolori, dissenteria, febbre e sanguinamento. Ancora oggi l’erboristeria e la medicina naturale curano i mali di Oetzi con questi funghi e queste bacche le cui elevatissime proprietà farmacologiche sono state scoperte, in Europa, intorno al 1700.
Fino al ritrovamento di Oetzi l’età del rame veniva considerata come un evo popolato da ominidi evoluti poco più che scimmie. La certezza si è sbriciolata.
Oetzi, che a me piace considerare uno sciamano (e probabilmente lo era), possedeva un equipaggiamento da alta montagna di tutto rispetto e rifinito a regola d’arte. E si sapeva curare, grazie a conoscenze e esperienze, che sarebbero state acquisite dall’umanità millenni dopo la sua morte.
Quanta cultura, saggezza e pensiero scopriremo ancora nel nostro passato più remoto! Soprattutto mi chiedo quale fosse la percentuale di selvaggi all’epoca. Secondo me molto più bassa di quella odierna.

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