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Maria Attanasio e la parola che prende per mano
Maria Attanasio in uno scatto di Francesco Francaviglia

(10 giugno 1940)

Notte o ventre di betoniera
senza luce di faro senso di parola
doppiando l’ora il passaggio
gli steli ciechi della metamorfosi
– l’amore postumo l’inguaribile ferita,
la discesa lì dentro, al buio –
cercando tra folle e altoparlanti
nelle piazze del Quaranta
il file compresso tra i calanchi
– l’istante in bilico tra un abito a fiori
e un sacco di frattaglie – mentre le armate
risalgono il millennio a passo d’oca
e sua figlia – già vecchia –
accucciata in un angolo la guarda e piange.

 

Maria Attanasio letta da Anna Toscano

 

Maria Attanasio corica parole sul letto della pagina: sono parole che risalgono dal gorgo della memoria e si accostano al presente, mischiandosi a esso, fanno capolino nel futuro, spinte da un vento costante, esposte a un rogo, “prese per mano”. Le parole non si personificano perché le parole sono cose, persone, oggetti precisi della storia che si rincorrono. Leggere la poesia di Attanasio dà l’ampio respiro di un unico presente composto da diversi tempi, una compresenza, anarchica e felice, di figure da tempo scomparse che restano, come diluite, nel versificare della memoria. Talvolta compare una interferenza, qualcosa che sembrerebbe straviare il verso, ma che si incastona  e adagia nel discorso del versificare: una donna che si volta e guarda l’esatto momento di molti decenni prima e prende quell’istante stendendolo sulla pagina quasi cullandolo mentre piange, rendendolo così eterno. La poesia di Attanasio è fatta di lucenti accadimenti che risplendono nel buio della notte, come una sigaretta accesa, e si fanno pulsanti nel giorno, “[…] senza luce di faro senso di parola /doppiando l’ora il passaggio / gli steli ciechi della metamorfosi […] “[…] – luce / morente di concetto / che non si fa parola e cade / scorrendo verso la foce”. La luce e i colori, a cui essa dà significato, sono una traccia nella sua poesia, la luce è necessità per la “pagina bianca”, “Il bianco dilagò nella scrittura […]”, fin dove il buio è una discesa, “[…] il buio lessicale scortica […]”, ma lo sono anche il vento e quella mano che spesso compare. È il “grumo” del ricordo che si fa verso, e il verso talvolta si spinge alla prosa per poi tornare verso, in un gioco di interferenze che la biscrittora Attanasio, poeta e narratrice, ama compiere.

 

Maria Attanasio, Blu della cancellazione, La Vita Felice, Milano, 2016

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