La Rivista Intelligente









In Da House


 

La serie di House, il doctor Holmes, il terrore di virus e batteri, è finita a maggio, ma noi ne percepiamo ancora il bagliore, perché in da house le news arrivano in ritardo, come la luce delle stelle che quando la vedi non c’è più già da un fantastiliardo d’anni. 
C’era un tipo zoppicante, con le scarpe da ginnastica, una chitarra, un pianoforte, un boato di idrocodone nel sangue, niente camice, mai lo stetoscopio, gli occhi azzurri di Hugh Laurie e un fiuto unico per le malattie rare ed i casi disperati, che neanche il naso del mastino di Baskerville poteva uguagliare.
Il caso ha voluto che in da house, my house, un giorno un uomo s’è ammalato e dopo qualche mese di sana e robusta indifferenza, di mute scamorze ospedaliere in camice, stetoscopio e mocassini in pelle di lupo, di ricerca affannosa degli occhi azzurri di Hugh Laurie, quell’uomo sia morto di una malattia che solo il doctor House avrebbe potuto diagnosticare e curare adeguatamente.
Sepolto l’uomo in da house, la serie televisiva del doctor House ha continuato la sua solita parabola americana, tentando in tutti modi di perpetuare il successo basato, stavolta, su una speranza che ha accomunato il pubblico di mezzo mondo: quella di entrare all’ospedale per un male qualsiasi, passare tra le grinfie di un House scorbutico, maleducato e strafatto qualsiasi ed uscirne in salute, possibilmente sulle proprie gambe.
Non succede, in da house.
Ma capita che, dopo la personale resa coatta per mancanza di informazioni sulla malattia dell’uomo morto e sepolto, per sbaglio in una puntata di doctor House, si nomini quella malattia infame a proposito di un famoso jazzista, che sta morendo attaccato a mille macchine per la sopravvivenza, coatta pure quella.
Allora House dice che se è wegener morirà comunque. Allora io dico era wegener e sarebbe morto comunque. E mi consolo, per la prima volta.
In da house.


 


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