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La Rivista Intelligente

Un giorno ti svegli, vai in uno studio medico per una visita di controllo e pensi che sia normale routine, la solita, quella di sempre; nella sala d’aspetto rimugini sui problemi quotidiani piccoli e grandi: perché chi diceva di amarmi non mi ama più, voglio sbloccare quel poco che ho sul conto di risparmio per pagare il tecnico della caldaia, devo ricordarmi di telefonare a mia sorella, non la sento da un po’, quasi quasi quel paio di stivali che mi piacciono tanto me li compro, crisi o non crisi… i pensieri si accavallano e intanto si avvicina il tuo turno e cominci ad agitarti, un pochino, perché non si sa mai, in fondo una visita senologica non è esattamente come andare a fare la pulizia del tartaro. Poi tocca a te, entri e il tuo medico ti saluta con un sorriso, il solito che ti fa quando ti vede: ti spogli, ti sdrai sul lettino. I minuti sembrano ore: un seno è stato controllato ed è tutto ok; comincia il check-up dell’altro e ad un tratto vedi che il dottore, quello che da anni compie gli stessi gesti ad ogni visita, aggrotta un sopracciglio: -Cosa c’è? Qualcosa non va? la domanda ti esce a fior di labbra. -C’è un nodulino, vorrei fare un agoaspirato e domani le dirò di che natura è. Una gocciolina di sudore ti scende dalla fronte. -Ma mi devo preoccupare? – Beh, se devo essere sincero non mi piace la forma frastagliata che ha questo nodulo. Ha esperienza -vai da lui proprio per questo- e quindi sai già che il risultato probabilmente non sarà una bella notizia. Esci dallo studio e tutti i tuoi problemi passano in secondo piano, anzi, scompaiono. Probabilmente hai un tumore e più ci pensi meno ti sembra possibile. Sei giovane, hai un sacco di casini a cui far fronte, avevi anche una cena a cui andare, non può essere vero. Ti scopri a pensare ciò che hai sempre sentito che tutti pensano quando capita una simile tragedia: non può essere successo proprio a me, non ora. Vorresti piangere e disperarti ma non ti scende nemmeno una lacrima, il sacco lacrimale è prosciugato, arido come un deserto. Il giorno dopo telefoni e il tuo senologo ti dice con estrema gentilezza che hai un tumore e tu ti senti come se stessi per entrare in un tunnel di cui però non riesci a vedere l’uscita.

Dopo l’operazione ci vuole qualche mese per riprendersi, almeno fisicamente, poi iniziano le terapie. Hai avuto fortuna -incredibile usare un termine simile per un tumore, ma è così-: il linfonodo sentinella non è stato intaccato, quindi dovrai fare solo la radioterapia, niente chemio. Il primo giorno in cui ti rechi al Policlinico sei stordita: quello che devi affrontare ti sembra un’enormità e tu che avevi dimenticato tutto ciò che è legato alla religiosità ti scopri a fermarti, sia pure per un attimo, davanti ad una statua; vorresti anche pregare, ci provi, ma non ricordi più le parole. Tiri dritto, pensando che magari prima o poi verranno.

La cosa più stancante in una malattia è l’iter burocratico, la fila davanti all’accettazione, le visite preradiologiche, gli appuntamenti: i malati non dovrebbero subire tutto ciò, hanno già l’orrore della malattia cui dover far fronte, questo è quello che pensi mentre sei silenziosamente in fila.

La prima seduta di radioterapia: aspetti nel corridoio, vorresti aver paura ma non ce l’hai, i nervi ti tengono in piedi e reggono; sei sola e in attesa di entrare pensi che da un momento all’altro sverrai ma con stupore scopri che invece non svieni: senti chiamare il tuo nome, varchi la soglia e le gambe riescono a portarti fino al lettino e ti ci porteranno per tutta la durata della terapia, giorno dopo giorno.

Le settimane trascorrono, sembrano non finire mai ma alla fine passano tutte: entri nella sala, ti spogli, ti corichi sotto il macchinario, conti lentamente fino a 104 e lo fai ad ogni seduta e ogni volta poi ti rialzi, ti rivesti e torni a casa. Pian piano il personale diventa parte della tua vita, gli infermieri, gentili e professionali, sembrano ormai quasi dei familiari, entrano nella tua cerchia privata, con alcuni ci scherzi pure: quest’anno non avrà di che preoccuparsi per l’abbronzatura al seno, ti senti dire e tu riesci anche a sorridere. L’ultimo giorno di terapia, mentre ti rivesti, guardi il lettino e ti viene in mente che il solo momento critico che hai dovuto affrontare è stato quando ti è venuta voglia di sternutire e ti sei sforzata in modo sovrumano per non farlo perché dovevi stare immobile, ferma ferma per tutti i minuti dell’irradiazione. Ci ripensi e adesso sì che ritrovi le lacrime e riesci finalmente a piangere di sollievo.Tutto è finito, almeno per ora. L’ultima seduta è stata fatta, prendi il treno metropolitano, ritorni a casa tua e ti senti più leggera: libera di non dover tornare in ospedale, libera di tornare a soffrire per delle sciocchezze. Ti avevano detto che quando ci si ammala di tumore le persone si allontanano perché a nessuno piace star vicino a chi è malato; te lo avevano detto, sì, ma poi non è stato così: gli amici sono rimasti, ognuno a suo modo; qualcuno lo hai perso per strada, è vero, ma è fisiologico, perché nel mucchio uno stronzo lo trovi sempre, però chi ti ha voluto bene veramente è restato e alla fine questo solo conta.

Lentamente, con pudore, riprendi confidenza con il tuo corpo, riesci a guardarti allo specchio senza aver paura dei ricordi, a toccarti, persino ad ammirarti ancora: il tumore era piccolo, la cicatrice nemmeno si vede; il tuo medico è stato un ottimo chirurgo e, soprattutto, le visite fatte preventivamente hanno permesso di intervenire in tempo. Mentre ti osservi ti interroghi sul senso di quanto è accaduto e non lo trovi, probabilmente perché un senso non c’è: è successo, tutto qui. Pensi alle donne a cui, purtroppo, accadrà domani e vorresti far qualcosa, aiutarle ad essere forti, dir loro che ce la possono fare, ma sai che le parole a volte sono inutili, di fronte al dolore servono soprattutto i fatti: le visite di controllo, la prevenzione, il non aver paura di entrare in uno studio medico, queste soltanto sono le cose che contano e questo solo, alla fine di tutto, ti senti di dire.

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