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La Rivista Intelligente

Il ritorno di Flavio Bucci è una gioia intensa, per tutti noi che amiamo il teatro. Anzi, noi che amiamo lo spettacolo in tutte le sue forme espressive: su un palcoscenico, in una sala cinematografica, nel salotto di casa, insomma noi tutti nutriamo per lui una strana forma di amore, venato di rispetto. Come quella che unisce a uno zio strambo ma generoso, di quelli che ti gridano un rimprovero in faccia e un minuto dopo ti abbracciano stretto, allungandoti cinquanta euro per passare una bella serata.
Uno dei più grandi attori italiani, per me. Il tormento di Ligabue, le cupe elucubrazioni del commissario Ingravallo immerso nel pasticciaccio di via Merulana. Il discorso dal patibolo di Bastiano, il prete anarchico del Marchese del Grillo, sciorinato nel suo molisano ancestrale. Pianista cieco in Suspiria, di Dario Argento e, comico a sorpresa, il superdotato Gegè Bellavita con Festa Campanile. Una carriera a tutto campo.
Dopo una lunga assenza, dal 4 al 6 novembre al Teatro Greco di Roma, Flavio Bucci sarà ancora una volta nei panni di Leopardi, accompagnato da Alessandra Celletti e Gloria Pomardi, tutti diretti da Marco Mattolini. Il titolo è “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai…”, ed è quasi un nuovo debutto, che ingolosisce non poco i suiveurs del Teatro con la “T” maiuscola.
Incontriamo Bucci a Roma, per una chiacchierata a ruota libera. Con la consueta schiettezza ma con l’educazione e l’innata signorilità che gli consentono, com’è giusto, di dire ciò che vuole.

Che hai fatto, Flavio, in questi anni? Se vuoi dircelo, naturalmente.
Sono stato costretto a pensare a me stesso, a rimettermi in sesto fisicamente e psichicamente. Gli uomini vivono, lavorano, amano, fanno errori. E gli errori si pagano. Ho quasi 70 anni, sai?
Dice Peppe Servillo, in una bella intervista che ho letto proprio stamattina, che “oggi il recitare è sottoposto a vilipendio, a prostituzione, a una totale assenza di nobiltà. Che bisogna far capire ai giovani che il Teatro è sconvolgimento, intelligenza ed emozione che viaggiano insieme.”
E invece a me fa girare le palle. Da ragazzino andavo al cinema, a Torino, e dopo il film c’erano le ballerine, l’avanspettacolo. Ho seguito quella strada perché mi piaceva, senza tanti ragionamenti né considerazioni filosofiche. Sono salito sul carrozzone senza pensarci più di tanto e sono ancora qui, vi piaccia o meno. Non pretendo di dare lezioni né di riceverne. Con rispetto per tutti, eh? “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Lo ha detto Shakespeare, mica io.
Hai scelto ancora Leopardi, per tornare in scena. Una costante, nella tua vita d’attore.
Leopardi, sì. Non so più nemmeno da quanti anni interpreto le sue poesie. Stavolta mi fanno compagnia due bellissime donne: Alessandra Celletti al piano e Gloria Pomardi a inventare il movimento, la danza delle parole. Leopardi è il nostro Shakespeare. Ci parla nella lingua del mondo.
Sai chi ha citato quella frase di Shakespeare, in un libro-intervista appena uscito? Paul Mc Cartney. Un altro che si gettava nel nuovo e nell’antico con leggerezza, senza paura e senza fare troppe distinzioni.
E lo vedi? Siamo dei vecchietti giovani, noi. Ora vado a provare, ci vediamo a inizio novembre a teatro. Ciao.
Ciao Flavio. A presto.

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