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Domenica 23 giugno cammino per una Montevideo deserta: la parte vecchia verso il porto sarebbe tetra se non fosse per gli scorci di mare che appaiono agli incroci, la parte nuova della città è assorta in una desolazione totale e nemmeno un bar è aperto. Il quartiere del mercato domenicale delle pulci pullula di gente, animali, frutta, verdura, oggetti dai più banali ai più strani. Chiedo ad alcune persone come mai la città sia così vuota, mi rispondono che c’è la partita e, aggiungono con un sospiro, il referendum: la popolazione è invitata a votare al referendum per rimettere in discussione la legge sull’aborto entrata in vigore nemmeno un anno fa. La chiamano la legge della depenalizzazione quella approvata lo scorso ottobre, poiché vigeva ancora una legge del 1938 che, nonostante alcuni tentativi per cambiarla, penalizzava con svariati mesi di carcere le donne che ricorrevano all’aborto e chi lo praticava. Quella dello scorso anno è una legge molto restrittiva, che non pone attenzione alla condizione femminile, ma è stata una legge fortemente voluta e promossa dalle organizzazioni femminili e femministe assai attive nel Paese e sostenuta dal Frente Amplio (FA, partito di sinistra al governo). Nel marzo scorso, un mercanteggio tra le forze al governo ha fatto sì che l’ala più conservatrice abbia tentato la retromarcia: dirigenti politici e associazioni civili hanno consegnato alla Corte Elettorale dell’Uruguay le sessantottomila firme necessarie per dare inizio all’iter per un referendum proposto per abrogare la legge sull’aborto.

Lunedì 24 giugno Montevideo appare sotto un’altra luce, la città è affollata, i negozi sono tutti aperti, i lavori di restauro qui e lì nella parte vecchia procedono. Al caffè del Teatro Solis faccio colazione e sui quotidiani leggo che il nove per cento della popolazione è andata a votare al referendum: non avendo raggiunto il venticinque per cento, non vi è possibilità di proseguire nelle forme legali per fare marcia indietro con la legge vigente. Le persone che incontro dicono che il risultato era prevedibile in quanto nessuno nel Paese vuole abrogare una legge che tutela, seppur parzialmente, le donne. Alcuni sorridono sostenendo che non si fanno incantare dagli slogan, ma si informano sui vari temi. Il taxista che mi porta all’aeroporto afferma che la popolazione uruguaiana all’ottantatré per cento è cattolica, ma di un cattolicesimo istruito. Le organizzazioni femminili dichiarano di guardare al futuro e lottano per una nuova legge che prenda in considerazione il diritto della donna di decidere della propria vita e del proprio corpo. L’Uruguay rimane così il terzo Stato dell’America Latina ad avere reso legale l’aborto (il primo fu Cuba nel 1965 e il secondo la Guyana nel 1995). Cosa ne direbbe oggi Mario Benedetti che nel ’65, nel bellissimo Grazie per il fuoco scriveva «Il nostro è un paese fondamentalmente laico. Perciò siamo incoerenti. Dio unisce; il laicismo separa».

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