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The place
Valerio Mastandrea

Lui, di cui non si conosce il nome, sta sempre seduto nel solito posto al solito bar. Giorno e notte. Spilucca qualcosa e beve caffè.
Di tanto in tanto qualcuno gli si siede di fronte, gli parla, lui annota tutto in una grossa agenda. Sembra indifferente a ciò che gli chiedono i suoi interlocutori, non un muscolo si muove sul viso, non traspare alcuna emozione, empatia, vicinanza al loro turbamento. Perché i suoi clienti – non sapremmo definirli altrimenti – sono tutti afflitti da qualcosa. Ma chi è lui? Un faccendiere, un sensale, uno psicologo, un confidente o il diavolo, come insinua una delle persone che gli chiedono consiglio?
Paolo Genovese trae spunto da una serie americana The Booth at the End per confezionare un film che potrebbe essere una pièce teatrale. Come nel precedente Perfetti sconosciuti, il regista romano allestisce una scena – allora una sala da pranzo, ora un bar – dove fa muovere i suoi personaggi. Pedine di uno schema oscuro che prende forma via via, senza mai esplicitarsi fino in fondo.
Allora il tema era la solitudine e la fragilità tra individui che riescono a comunicare solo attraverso i cellulari, ora quello del libero arbitrio. Sì, perché alle richieste dei clienti e alle sue condizioni per esaudirle, lui risponde sempre che non sono obbligati a farlo. Ma il compiersi delle azioni che permetteranno ai richiedenti di esaurire i loro desideri, è fuori, in un altrove imprecisato. Di reale e concreto c’è solo il faccia a faccia tra lui e loro, in un crescendo di reticenze e ammissioni, verità e menzogne. La fissità dello spazio in cui avvengono le trattative – The place, è sia il nome del bar che quello del film – rende il tutto angusto e claustrofobico, solo a tratti evocativo, di notte, quando l’insegna al neon illumina il buio e ritaglia la figura di lui, la mano poggiata sulla guancia, sempre seduto al tavolino, come in un quadro malinconico di Hopper.
Genovese gira un’opera minimalista che si regge sulla trama sfuggente e misteriosa insieme alla bravura dei protagonisti.
Primo fra tutti Valerio Mastandrea, che a “lui” dona il suo sguardo passivo e enigmatico. Sempre più intensa Sabrina Ferilli che interpreta la cameriera della tavola calda. E, a seguire, Giulia Lazzarini, Alba Rohrwacher, Marco Giallini, Rocco Papaleo, Alessandro Borghi, Silvio Muccino. Belle le musiche che escono dal vecchio jukebox, A chi di Fausto Leali, Sunny di Bobby Hebb – i giorni bui sono finiti, e i giorni luminosi sono qui – canticchia Ferilli nel finale. Finale aperto, che lo spettatore può interpretare a suo modo. Anche se, quel senso di angoscia che ti ha preso fin dalla prima scena, ti accompagna anche fuori dalla sala.

The place, di Paolo Genovese, Italia 2017

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