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La Rivista Intelligente
Una donna dietro le quinte
di Costanza Firrao
1992: Joe e Johan sono una vecchia coppia affiatata, vivono nel Connecticut, stanno insieme da 40 anni, hanno due figli e conducono una vita agiata. Joe, professore universitario e scrittore di successo, viene insignito del Nobel per la letteratura. Il regista svedese Björn Runge ambienta il suo film nella cornice surreale e maestosa dell’Accademia di Stoccolma: faticosi protocolli da osservare, via vai di giornalisti e paparazzi che intervistano e fotografano in ogni ora del giorno – e persino della notte – gli illustri premiandi, cene e occasioni mondane.
Ma, al di là della patina lussuosa e formale in cui tutti cercano di apparire migliori di quel che sono, a Runge preme indagare il rapporto coniugale tra Joe e Johan. In un gioco di rimandi al passato (fine anni ’50, metà anni ’60) osserviamo la coppia agli inizi del loro ménage, l’amore e la passione reciproci e, insieme, un patto segreto su cui si reggerà il loro rapporto. Lui, vanesio, con un ego smisurato che usa soprattutto con se stesso per mascherare le sue debolezze; lei timida all’apparenza e sempre sfocata rispetto all’augusto consorte, ma risoluta, alla fine, a far valere le sue ragioni. Una “guerra dei Roses” soft e non cruenta ma non per questo meno devastante per entrambi.
Grandissimi protagonisti il premio Oscar Glenn Close e il bravo Jonathan Price, che vediamo impegnati in un dialogo fittissimo, in cui gioia, rabbia, diffidenza, tenerezza, competizione si fondono in uno scoppiettante gioco delle parti.
Titolo del film “The wife – vivere nell’ombra” e il sottotitolo non è casuale. Scriveva Virginia Woolf: “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna“, anche se in questo caso la grandezza è solo della donna. Un film che è quasi una pièce teatrale, da cui esci, come appartenente al genere femminile, fiera di farne parte ma anche immensamente triste per come, il più delle volte, nello scontro con la mentalità maschilista che ancora domina il mondo, ti senti frustrata e perdente.
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Masochismo femminile
di Giuliana Maldini

Questo film non mi è piaciuto per niente, anzi, mi ha risvegliato rigurgiti di sopita rabbia femminista. Ammetto di essere particolarmente sensibile al tema “Donne che si sacrificano per aumentare il narcisismo dei loro compagni” e la storia del mondo, si sa, è stata fatta proprio su queste basi. I “grandi uomini” del passato (artisti, letterati, scienziati e quant’altro) spesso sono diventati famosi e importanti grazie alle loro donne che li supportavano e li aiutavano nel loro ingegno a discapito del proprio. Gli esempi sono infiniti, dalla sorella di Mozart che pare fosse dotata almeno quanto lui, alla moglie di Bach anch’essa musicista e compositrice, alla moglie di Tolstoi e così via.
Ma se nel passato alle donne era proibito esercitare qualsiasi talento se non quello di partorire quintalate di figli, purtroppo ancora oggi esistono tante coppie (io ne conosco almeno 3 o 4) in cui le donne rinnegano e soffocano la propria creatività per fare emergere quella fasulla dei loro tronfi mariti. In questo film (scritto ovviamente da una mano femminile) con impianto teatrale interrotto da flash-back, la protagonista è una donna che ha scelto di fare la ghost writer del marito in un tacito accordo di perversa complicità. Fin da subito ho provato una furiosa antipatia per la protagonista, come tutte le volte che mi trovo a contatto col masochismo femminile perché mi è insopportabile la sola idea che esistano ancora tante, troppe donne che decidono immeritatamente di stare nell’ombra. Fino all’ultimo ho sperato che finalmente la protagonista ammettesse, almeno col figlio, di essere lei l’autrice dei tanti libri firmati dal marito e invece nega o sorride ambiguamente anche alle domande di un intervistatore e solo verso la fine avviene una piccola inutile scenata tardiva, addirittura poco credibile. Perché per decine d’anni ha umiliato il proprio talento regalandolo a un uomo non talentuoso e per giunta vanitoso e traditore? Perché le donne che si svalorizzano sono ancora così tante? Anche l’interpretazione di Glenn Close non mi ha soddisfatta, forse perché ha un viso dai lineamenti duri e più adatti in ruoli da Crudelia. Se il regista aveva lo scopo di coinvolgere lo spettatore con questi fastidiosi interrogativi, c’è riuscito perfettamente, infatti sono uscita 5 minuti prima e di pessimo umore.

The wife – vivere nell’ombra – di Björn Runge – Usa/Svezia/Gran Bretagna 2017 tratto dal romanzo di Meg Wolitzer

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