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La Rivista Intelligente

Nessuno a casa nostra mangiava la pastiera. Ma ugualmente la si preparava, mai meno di tre-quattro per volta: bisognava regalarla quando si “portavano” gli auguri, oppure offrirla agli ospiti del pranzo di Pasqua e Pasquetta. Ho ricordi di mia madre e mia zia a casa della cognata di quest’ultima, la quale disponeva di un forno a legna, ideale per la cottura e per la quantità. E di una giornata intera, giovedì o venerdì santo, dedicata alla preparazione delle pastiere, ognuna delle tre donne dando a turno una mano alle altre. Ore intrise del profumo dolciastro di grano cotto nel latte, noi ragazzine giocando, le mamme prese da chiacchiere e faccende, mani al lavoro che compivano magie di pasta frolla; sbuffi di farina svolazzanti nella cucina invasa dai primi tepori primaverili, uova di cioccolato e colombe in mostra sulle credenze come bomboniere, sentore di festa nell’aria, le vacanze da scuola…
Per via dell’usanza diffusa di regalarle, capitava che ognuno mangiasse la pastiera di qualcun altro, finendo sempre per giocare al promossa o bocciata: buona ma la preferisco frullata, buona ma è frullata, meglio con la crema, meglio classica, troppo umida, troppo asciutta, sì, no, ni. Nei casi più sfortunati povere pastiere spugnose finivano in pasto alle galline, con mio padre che le apostrofava scherzoso: «Mange, ca do tuoje mange».
Grazie a un’altra zia, che tra una zaffata di vaniglia e una visione dorata mi tentò durante un pomeriggio dei miei 27 anni, mangiai la mia prima fetta, scatenando una festa tra lingua e palato che mi fece chiedere perché diamine l’avessi così a lungo sdegnata. Da allora la pastiera è uno dei pochi dolci che apprezzo. Ma in me rimane quella prevalenza, quel gene ostinato: prepararla per gli altri, incurante del rischio promossa o bocciata.

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