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La storia dei referendum italiani è complessa, comincia bene, ma finisce male. All’inizio tutti andavano a votare; al primo, che si svolse nel 1974, andò alle urne oltre l’87% degli elettori e a difesa del divorzio si schierarono un profluvio di NO, il 59%. Da allora gli italiani sono stati chiamati a votare 16 volte, con 66 quesiti. Le prime cinque volte, anni ‘70 e ‘80, il quorum è sempre stato raggiunto. Nel ’90, no. In altri tre appuntamenti successivi, il quorum torna. Poi radicali hanno depotenziato l’istituzione, accatastando quesiti magari giusti ma troppo numerosi, sui quali la gente era poco informata o per nulla interessata.

Dal 15 giugno 1997 comincia una caduta verticale: le percentuali di votanti in certi casi sono scese al 30%. Negli ultimi 20 anni su 7 appuntamenti referendari il quorum è stato raggiunto una sola volta.

Nel 2005 il Vaticano, Ruini e i loro alleati politici, scelsero di predicare – legittimamente – l’astensione, contro il referendum sulla pessima legge 40, ovvero la fecondazione assistita, che quindi non raggiunse il quorum, pur con altissime percentuali di SI – perché chi era per il NO restò a casa, assieme a incerti e indifferenti, e a ignari della posta in gioco. E l’abrogazione non passò.

Fu un punto di svolta, il momento in cui quasi tutti capirono come funzionava il quorum, e il senso reale che i costituenti l’articolo 75 dettero ai referendum abrogativi. Adesso, chi è per il NO è costretto a astenersi, anche se gli dispiace, perché sa che andando a votare NO regalerebbe il quorum al SI.

 

Informazioni per decidere a ragion veduta domenica prossima 

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