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La Rivista Intelligente

Vorrei ricordare la parabola esistenziale di Tiffany Hoyveld. Era una deliziosa ragazza di colore, che qualcuno diceva fosse imparentata con il presidente della Guyana, giunta in Italia per fare la modella e l’attrice. Era una vivacissima perla nera che brillò per un paio d’anni nella Roma festaiola di fine anni Sessanta, eccitata dai sussulti sessantottini, e dalle varie ubriacature da ‘paese senza’ tra nascenti paradisi artificiali di massa con relativo abuso di droga e sesso.
Tiffany veniva dalla Guyana inglese, era nata nel 1947. Appena ventenne partecipò al film ‘I quattro dell’Ave Maria’. Io la conobbi un anno dopo, correva il 1969, guizzante come poche, che attraeva i più nei diversi appuntamenti serali, di locale in locale, dove cominciava ad allignare l’abitudine più o meno clandestina agli stupefacenti e altre amenità.
Più che corteggiata nella mondanità romana, la seducente Tiffany prese anche parte al film erotico ‘Satirycon’ di Gian Luigi Polidoro, sulla scorta dell’omonimo film di Fellini.
Un numero di Playmen, nel 1969, le dedicò la copertina quale rinomata ‘playgirl’. Nel 1970, poi, Peppino Patroni Griffi le aveva affidato un ruolo nella messa in scena italiana di ‘Hair’, che si tenne con successo al teatro Sistina.
Tutto sembrava andare a gonfie vele per la ragazza, che però aveva tutta l’aria di aspirare a traguardi di fama maggiore.
Si era da poco legata ad un aspirante play boy, il triestino Giuliano Carabei, con il quale si faceva vedere in giro per la città, pur continuando ad apprezzare le simpatie di svariati ammiratori. Ciò dovette far montare la gelosia padronale del compagno, tanto che crescenti erano tra di loro i motivi di attrito e aperto diverbio.
Fu così che il 16 dicembre 1971 il suo corpo fu ritrovato insieme a quello di Carabei privo di vita sulle rive del lago di Bracciano, ad Anguillara Sabazia. Carabei le aveva sparato due colpi di pistola e si era tolto la vita. Ma di quella tragica conclusione che troncò le loro vite i giornali dettero credito a diverse ipotesi ‘gialle’ (regolamento di conti nel mondo della droga, eccetera) senza che si giungesse mai a verificarne la consistenza.
Il ‘misterioso’ è ciò che attrae maggiormente quando si è al cospetto dei fatti più brutali e dolorosi della vita. Ma io, che conobbi sia pure superficialmente la Tiffany e il suo geloso compagno, penso proprio che in quella storia il ‘mistero’ ci sia entrato ben poco.
C’entrava invece l’esuberanza della vita di una donna, per di più di ‘colore’, alla fine stroncata da un cupo sentimento criminogeno di proprietà da parte del suo spasimante. ll vero nome di Tiffany , ho saputo in seguito, era Maria Teresa Lorray.

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