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Una crocerossina

Una crocerossina

scritto da Antonio Quagliarella

Elisa corri! Dalle vetrate del pronto soccorso vedeva la luce intermittente dell’ambulanza. I portantini scaricarono il ferito e le infermiere lo circondarono. Quando fu sul lettino toccò a Elisa, che già aveva in mano una forbice ricurva, spogliarlo. Sapeva quanto quei momenti fossero vitali per il successivo intervento del medico di turno. Ogni volta che ripeteva il gesto era presa dal ricordo delle bombe, del vociare scomposto, delle urla di feriti, infermieri, portantini e medici. Così aveva imparato che ciò che succede intorno non ha peso, conta solo: ”sei tu e il corpo; quel che farai, come lo farai, salverà, forse, una vita”.
Dopo tanti anni era ingrassata e il camice non le modellava piú né vita, né seno, anzi le serviva per “nascondere”. Non aveva più tempo né voglia di pensare se stessa, troppe cose erano accadute.
Ad appena sedici anni aveva cominciato il corso di crocerossina volontaria, ricordava. I capelli crespi e biondi e i dolcissimi occhi azzurri aggiungevano fascino alla divisa, tutta bianca, con la mantellina blu notte. Le calze bianche le abbellivano le gambe e davano slancio al suo modo di camminare, da adolescente che voleva sembrare molto più grande.
Lui era un giovane ufficiale medico. Bello ed elegante nella divisa, forte e deciso quando indossava il camice da chirurgo, nell’accampamento, a Bengasi, in Libia. Mimì aveva un amico nel magazzino che, miracolosamente, gli faceva trovare pronta, a un cenno, una macchina con il serbatoio pieno, una tanica di scorta e un cestino con buon cibo e una bottiglia di vino bianco, in un sacchetto di juta pieno di ghiaccio.
Elisa e Mimì partivano verso il litorale. passando per un piccolo tratto di deserto. Dopo pochi chilometri arrivavano a una spiaggia a loro cara. Sistemavano l’auto sotto le palme, si assicuravano non ci fossero berberi di passaggio e via verso il mare azzurro. Pochi metri erano sufficienti per togliersi di dosso gli ultimi indumenti e poi tuffarsi. Facevano l’amore come fosse l’ultimo giorno del mondo. Si ritrovavano come fosse il loro primo incontro, stupendosi sempre.
I combattimenti erano diventati molto aspri alla fine dell’estate del ’42 e nessuno dei contendenti si risparmiava. Nell’ospedale da campo, dove erano al lavoro Elisa e Mimì, non c’erano più posti letto; ormai le bombe d’aereo cadevano sempre più vicino e senza sosta. Non lontano dalla sala dove operavano c’era una grande tenda, la mensa, dove i due scappavano, per un caffè d’orzo e una sigaretta.

crocero
E lì furono centrati da una bomba inglese. Elisa non sembrava avere ferite gravi e provò subito a muoversi verso Mimì, che aveva solo il viso intatto. I suoi baffetti, che ricordavano un attore alla moda, circondavano un sorriso. Lei abbracciò il corpo con tutte le sue forze, ma lo sentì diventare freddo.
Tornando per mare aveva avuto il tempo di pensare a quanto avesse avuto dalla vita e quanto fosse stato sbagliato non aver potuto andar via con il suo Mimì.
Arrivata a Brindisi aveva preso la decisione: continuare a curare i feriti.

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