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3017 – film-non-film

Quando, concluso il montaggio, vide il suo film, Orson Speranza disse: ”Bello”. Opinione assai concisa, recensione più che stringata. È che il mondo non era più abituato a giudizi estetici. Nel 3017 quel “bello” nascondeva l’universo delle immagini che non riuscivano ad avere maturazione linguistica. Che non riuscivano più ad esprimersi nell’epoca della inesorabile decadenza culturale.
Tutto sommato il cinema andava all’incontrario. Dopo decenni di crisi, aveva dato segni di insperabile vitalità, regalando nuovi sogni al pubblico e parecchi soldi ai produttori. Tanto da alimentare il mito del rinascimento in una società che andava incontro alla catastrofe.
Sette esplosioni nucleari avevano sconvolto il pianeta. Guerre e ancora conflitti, in un mondo che come Orlando aveva perso il senno. I sopravvissuti avevano imparato a proprie spese come conti poco o niente il bene comune quando l’assenza di regole dissolve la certezza del diritto. La quotidiana lotta per la sopravvivenza fece strage di intelligenze pronte a cimentarsi nell’attività culturale, ma il cinema crebbe solido, simile ad una rosa in un campo di sterpaglie.
Sembrava un miracolo, ma era un inganno, che fu smascherato da un incendio in un vecchio magazzino abbandonato di Los Angeles. Andarono a fuoco migliaia di film dimenticati, ma quelli che si salvarono fecero luce sul maledetto imbroglio. I film sopravvissuti alla catastrofe culturale e umanitaria erano capolavori che il nuovo cinema aveva saccheggiato, copiandoli senza condizionamenti morali.
Dunque il cinema era finito? Orson Speranza, 17 anni, non s’arrese. Era piccolo di statura, ma nei grandi occhi nocciola aveva qualcosa in più del suo corpo. I suoi pensieri consci erano preceduti dalle sue azioni. Perciò quando scoppiò lo scandalo dei film plagiati, egli da tempo raccoglieva vecchi testi di storia e di tecnica del cinema. Ne era profondo conoscitore. Restava soltanto il desiderio inappagato di mettersi alla prova. Ma il suo doveva essere un film diverso, che in qualche modo, anche stilisticamente, doveva contenere l’era della decadenza.
Andò a Los Angeles, vide tutti i film salvati, da Lubitsch a Fellini, da John Ford a Kubrik. Vide immagini mai viste, tesori di immagini. Vide la nebbia di Amarcord, il volto di Marlon Brando nel Padrino, la gonna svolazzante di Marilyn, la scena della doccia in Psyco. E gli venne un’idea: fare del plagio un’arte, non semplice citazione ma opera matura, capace di essere originale anche per una sfumatura, un colpo di pennello, una ferita del linguaggio. Studiò le opere dei maestri e rifece le scene di vecchi film, sfruttando le stesse angolazioni con un montaggio potente, per offrire al pubblico la sua immagine di New York. Campi lunghi, primi piani, soggettive, camere a spaIla si alternavano come in un gioco di specchi, come morbide dissolvenze.
Quando i giornali scrissero che non stava facendo un film, ma un’altra abominevole copia, Orson non si scompose. Guardò il suo film, disse “bello”, perché abbeverandosi alla cultura di quei maestri era riuscito a confezionare un racconto cinematografico che viveva di vita propria. I critici dissero che non era un vero film. Un film falso. Un film disonesto. E lui quelle ingiurie se le appuntò al petto come un’onorificenza, afferrò quelle parole come farfalle, orgoglioso del suo non film. Anzi, del suo filmnonfilm.

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