“San Gennaro, parliamoci chiaro, nel mondo sei poco conosciuto, ci sono santi più conosciuti di te, forse meno meritevoli, ma che tengono città col loro nome, San Marino, San Francisco, Saint-Tropez…” osservava Dudù, ovvero Nino Manfredi, nel film Operazione San Gennaro. Più conosciuti, forse. Ma nessuno così intimamente intrecciato alla vita, alla morte e ai destini di una città intera.
Napoli ha cinquantadue patroni. Ma con San Gennaro il rapporto è profondo e antico, affonda le radici in una forma di religiosità in cui il confine tra la devozione e la trattativa è labile. Il 13 gennaio del 1527 il popolo di Napoli, flagellato da una pestilenza, implorò la protezione del patrono formulando un voto solenne: una nuova e più ampia Cappella del Tesoro nel Duomo, in cambio della salvezza. Il miracolo avvenne. Le calamità si interruppero, la cappella fu eretta, le donazioni cominciarono ad affluire. Era un contratto, nella forma e nella sostanza, la negoziazione tra la città e il suo protettore. Nel corso dei secoli quel tesoro sarebbe diventato uno dei più preziosi al mondo, custodito dalla Real Deputazione di San Gennaro, un organismo rigorosamente laico*, non ecclesiastico, a testimoniare quanto San Gennaro appartenesse alla città.
Significativo quanto avvenne nel 1799. Durante la breve Repubblica Napoletana, il generale francese Jean-Étienne Championnet entrò in città. Il sangue di San Gennaro si sciolse, il miracolo avvenne: il santo approvava la Repubblica. Quando i Borboni riconquistarono Napoli, la controrivoluzione volle punire quel presunto tradimento: San Gennaro fu formalmente destituito e sostituito con Sant’Antonio. Un risentimento, quello dei controrivoluzionari, così forte che Alexandre Dumas, nel suo romanzo La Sanfelice, lo immortalò con un’immagine celebre ma storicamente romanzata: “Il suo busto venne trascinato per le strade della vecchia Napoli con una corda intorno al collo e poi portato davanti al cardinale che confermò la sentenza…”**
Nella realtà il prezioso busto non fu toccato, ma la leggenda restituisce perfettamente il clima dell’epoca. I Lazzari, gli stessi che per ossequio al re si erano scagliati contro il Santo, furono i primi a tormentarsi, non molto tempo dopo, e con loro tutta la città, quando Sant’Antonio era portato in processione, mentre il Vesuvio riprendeva le sue attività. “Ma Sant’Antonio capisce ‘o napulitan’? Ma Sant’Antonio conosce ‘a lava?” E qualcuno rispondeva: “Chillo è nu Santo importato, nunn’è comm’ a San Gennaro”. Con i fumi e boati della montagna che terrorizzavano, l’abbaglio apparve enorme. Tra tumulti e richieste a furor di popolo – e con un Murat sempre più in cerca del favore popolare – nel 1814, Sant’Antonio fu retrocesso e San Gennaro ricollocato al vertice dei protettori della città, prima che i Borboni tornassero definitivamente. Scrive A. Dumas: “Tutti i re tutti i governi passeranno, e a Napoli non rimarranno in definitiva che il suo popolo e San Gennaro”.***
La conferma più rivelatrice di questo rapporto arrivò nel 1943, quando il tesoro fu trasferito a Roma per sottrarlo ai bombardamenti. Finita la guerra, burocrazia e tensioni ne bloccavano la restituzione. Fu allora che intervenne Peppe Navarra, ‘o rre ‘e Poggioreale****, figura leggendaria della Napoli postbellica, uomo che si muoveva ai margini della legalità, noto per dispensare favori seduto su una seggiola dorata. «Vado io e ve lo riporto», disse all’arcivescovo Alessio Ascalesi. Navarra si presentò in Vaticano con l’anziano principe Stefano Colonna di Paliano, membro della Deputazione, caricò il tesoro sul camion e lo riportò a Napoli. Non mancava nulla. E non volle nemmeno una lira di ricompensa. Il tesoro sacro che la Chiesa tratteneva venne recuperato da un uomo che la morale ufficiale avrebbe faticato a definire irreprensibile. Nella religiosità popolare che adotta le capuzzelle e negozia con i santi, non c’è contraddizione tra fedeltà al patrono, distanza dall’istituzione ecclesiastica, dallo Stato e dalla legalità. Ricchi e poveri, credenti e atei, onesti e disonesti, tutti attenti al miracolo. Il sangue si scioglie o non si scioglie. E quando si scioglie, è Napoli intera che tira il fiato, mentre il resto del mondo laico guarda con un sospiro di sufficienza.
Note
* La natura rigorosamente laica e autonoma della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro persiste immutata fin dal 1527. Questa indipendenza giuridica è stata difesa dal popolo napoletano nel corso dei secoli, fino al recente accordo del 2016 siglato tra la Deputazione e la Curia, che ha respinto un tentativo ministeriale di clericalizzazione dell’ente, confermandone per sempre la totale laicità della presidenza (affidata al Sindaco di Napoli)
** A. Dumas: La Sanfelice, pag, 1440, 1999 Adelphi Edizioni
*** A. Dumas: La Sanfelice, pag, 953, 1999 Adelphi Edizioni
**** Il re di Poggioreale, Istituto luce: https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000024402/2/giuseppe-navarra-l-ex-monarca-poggioreale.html&jsonVal=

