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Alla macchia

Per i partigiani ero troppo giovane. Però avevano accettato un giovanottone alto che aveva un anno meno di me. Al bar del paese parlavano di chi s’era dato alla macchia, e m’era presa la curiosità d’andar a vedere. Ancora era tutto calmo da noi, non eran arrivati i tedeschi, c’era solo i fascisti incattiviti, e la guerra era già scoppiata.
Sugli Appennini, sotto il Sasso Simone, c’è un borgo arroccato tra greppi e scalanchi, e da lì si saliva per una strada che porta fino Arezzo. Son andato via a piedi, senza dir niente ai miei. Ci avrò messo tre ore di scarpinata. C’era una casa dentro un bosco grande, un macchione, e i partigiani eran lì. Quando son arrivato, uno che stava di sentinella, vestito in borghese, m’ha chiesto: “Che vuoi?” “Ho saputo che eravate da ste parti e allora vi ho cercato”. “E adesso che ci hai trovato, che vuoi?” “Sarei disposto ad aggregarmi con voi.” Allora m’ha accompagnato dai capoccia. Avevan fucili a tracolla e cinturoni con le pistole. Eran quelli del podere sopra il nostro, dove stava la Mariolina, una ragazzina roscia come na volpe. M’hanno riconosciuto subito e han detto che ero troppo giovane. Non son stato a insistere, sono tornato indietro.
Io me l’aspettavo, perché ero basso come la mi pora mamma, che in più m’aveva dato un nome stravagante. La mi pora mà da giovane leggeva tutti quei romanzi, Inferno e Purgatorio, l’Orlando Furioso, e quando son nato m’ha battezzato Perseo. Diceva ch’era un grande eroe, chissà dove l’avrà imparato. Già dalle elementari i bambini mi salutavano urlando: “Sei Perseo? Trentaseo!”
Quando è arrivato il fronte, la Linea Gotica, mi sembra nel ’44, la mia famiglia è sfollata in una cascina dentro quel macchione. I tedeschi avevano occupato la nostra casa giù in paese. Pensavamo che lassù non sarebbero venuti perché era una zona battuta dai partigiani. Invece i tedeschi son andati dappertutto, ma non in mezzo al bosco alto, perché lì rischiavan di lasciarci la vita. Gli arrivava una coltellata da dietro e non potevan difendersi. Allora i soldati passavan in mezzo alla strada, per evitar le imboscate. Mentre eravam sfollati lassù, ci siamo accorti che i tedeschi giravano anche di notte, le pattuglie a piedi coi lumi. Allora io e un altro giovane della cascina che ci ospitava portammo via un po’ di vacche nel bosco, legate ai piantoni, alle querce, perché i tedeschi sequestravan le bestie, rubavan tutto. Di notte andavamo a dar da mangiare a ste vacche. Ancora non sapevamo che i tedeschi portavan via anche le persone.
Io avevo 16 anni, il mio amico Bista era più grande. Mentre eravam nella macchia, abbiam visto due tedeschi coi fucili, ci siamo allarmati e abbiam deciso di tornare dai nostri parenti. Appena arrivati alla cascina, un soldato tedesco e un italiano ci han puntato i fucili addosso: “Chi siete?” Abbiam detto che eravamo della famiglia e abbiam chiesto di entrare in casa. Altri tedeschi preparavan la roba sequestrata per andar via. Quando siamo entrati, c’era la mi pora mamma con la mi sorella ancora piccola. La mi pora mà ha sussurrato: “Disgraziati, perché siete tornati! Adesso ci portan via tutti! Chi darà da mangiare a quelle pore bestie legate in quel bosco?”
La cascina era un po’ in salita, e fuori dalla finestra sul retro c’eran due barbacani. Bista, alto un palmo più di me, s’è attaccato a sti due barbacani e s’è lasciato cadere a terra. Io l’ho seguito subito. I tedeschi eran davanti casa, e non ci han visto. Poco lontano c’era uno strapiombo. Siam andati giù per il dirupo e già da lì i tedeschi non ci vedevan più. Nascosti in mezzo alla boscaglia di rovi, ci siam fermati. Da lì sentivamo che avevan messo al muro il capofamiglia di Bista e lo volevan ammazzà per sapere dove eravam fuggiti. I nostri parenti han detto ai tedeschi: “Quei due ragazzi vi han fatto credere ch’eran della famiglia. Son scappati dalla finestra, e noialtri non siam riusciti a fermali”. Hanno implorato, e alla fine il capofamiglia non l’hanno ammazzato. Nella stalla c’eran due vacche, e i tedeschi le han prese. La mi pora mamma aveva portato con sé il suo tesoro: non oro e gioielli, che non ne aveva manco un’oncia, ma la biancheria, il corredo che aveva tessuto e ricamato con le sue mani. I tedeschi han caricato tutto e tutti. L’hanno portata via, con la mi sorellina, fino in Romagna, dove c’era il deposito dei tedeschi e da dove partivan i treni dei deportati per la Germania.
Nella cascina non c’era più nessuno. Il giorno dopo, el mi por babbo vien su, non ci trova, viene dove nascondevam le bestie e io ero lì con Bista. Mio padre aveva qualche soldo e me ne ha dati un po’, perché non sapeva se saremmo sempre stati insieme. Difatti la sera siam andati a dar da mangià ai maiali tra l’imbra e l’ambra, in un fosso non lontan da casa nostra. Il grano era stato mietuto, un covon sopra l’altro e quel da cima faceva da tetto per non bagnar gli altri sotto. Il formenton era quasi maturo, ma coi tedeschi dappertutto non si poteva tagliarlo. Avrebbero razziato anche quello, come avevan fatto coi sacchi del grano.
Proprio mentre venivam via, dalla casa s’è sentito gridare: “Alt!” Non ci siamo fermati e tutti tre ci siam infilati dentro il fosso. Quelli han taccato a sparà. Io mi son messo a correr nel campo, tra le file del formenton. Cominciava a far notte. Le pallottole le sentivo passar sopra la testa perché il formenton era più alto di me. Sempre de corsa, son arrivato al podere sopra il nostro. El mi por babbo non poteva corre perché gli dava fastidio i piedi. Sicché son arrivato a casa della Mariolina scalzo, coi piedi insanguinati. C’avevo un broncicon infilzato in un piede. Lei me l’ha tirato fuori, ha medicato il piede, m’ha dato un paio di pianelle sbrindellate e m’ha lasciato dormir nel fienile.
Il giorno dopo son tornato su alla macchia. Strada facendo, ho incontrato altra gente ch’era sfollata da quelle parti. A un certo punto si sente un gran abbaiare… Quando i tedeschi parlano, sembra che baia i cani, “Bai Bai Bai!” C’era un burrone alto, con due scarpate ripide, era tutto coperto di vitalba, e lì ci siam nascosti tutti zitti, non doveva volar una mosca perché c’eran due tedeschi da una parte e due dall’altra, coi fucili puntati in basso verso il burrone. Erano in piena luce e noi li vedevam da sotto i grovigli fitti dei rampicanti, loro a noi no. Allora tutti zitti, qualcuno che si potesse spaventare gli tenevam chiusa la bocca, sennò i crucchi attaccavan a sparà col mitra e facevano una frittata. Tutto il giorno han fatto la posta lì davanti, dalla mattina verso le otto. Era d’agosto, e quand’è stata una cert’ora e cominciava a farsi scuro, li abbiam visti allontanarsi. Solo quando s’è fatta notte bene, pian piano ci siam mossi e, sempre attenti a non far chiasso, siamo andati ognuno per la sua destinazione. Io arrivo su alla cascina e trovo el mi por babbo assieme al Bista. Nessuno sapeva far da mangià. S’andava avanti col pane secco, le uova se beveva, e poi c’era il bottiglion della grappa, seppellito sotto terra.
Una notte m’hanno lasciato solo nel bosco con le bestie e m’han detto: “Quand’è una cert’ora, portale giù nella stalla”. Ero rimasto solo con sette otto vacche. Gli avevamo cambiato posto, l’avevam legate in un boschetto, lontano dalla strada dove passavne i tedeschi. Verso le dieci di notte, c’era un lume di luna chiaro, bello, e un’aria fredda che scendeva da nord. Ho sciolto le bestie e le ho portate nella stalla della cascina. Senza dir né ic né ac, sono andate ognuna nel post sua. Manco i cristiani si comportan così.
Con quel lume di luna c’era un poggetto un po’ più in là, e son andato lì sopra a controllare. Come m’affaccio in cima, sento che veniva su una pattuglia di tedeschi con i muli. Porca madosca, adesso questi fan proprio la strada che passa davanti casa! Allora di corsa torno a prender ste bestie e sottovoce: “Via! Via! Via!” Queste, l’avessi viste, son prese via, e io dicevo sempre sottovoce “Via via via!” per farle caminà di più, a quelle davanti magari gli davo na botta nel sedere e queste allungavano il passo. Tornate nel boschetto, le ho legate lì e ho aspettato che i tedeschi passasse. Quando son stati davanti alla cascina si son fermati, han dato un’occhiata in giro, ma dentro non c’era nessuno. Per fortuna, le bestie non avevan fatto neanche i su bisogni nella stalla, sennò i tedeschi s’accorgevano.
Da quella volta non son più passati a rastrellar sui monti, perché c’è stata la grande ritirata. E allora sem tornati giù al borgo. Da noialtri dentro casa c’era ancora i soldati, ma era la Croce Rossa. Eran quattro o cinque crucchi e dormivan nelle nostre camere al primo piano. Io e ‘l mi por babbo dormivam in soffitta sopra un saccone riempito coi scartocci del formenton, tranquilli perché la Croce Rossa non portava via le persone. Non sapevamo dov’eran finite la mi mamma e la mi sorella, ma el mi por bà s’era informato, era convinto che le avevan portate in Romagna, perché la tappa dei tedeschi era in quella zona. Noi pregavamo Iddio e la Madonna che da lì non le mettessero sui convogli che spedivano in Germania. Allora non si sapeva che fine facevano, ma dopo la guerra s’è saputo che avevan rischiato di finir bruciate nei forni.
La mi pora mà ci ha raccontato che, appena arrivate in Romagna coi tedeschi, s’era sparsa la notizia che gli americani eran sbarcati in Italia e avevan già cominciato a bombardare i depositi militari con gli aerei. Presi dalla paura, i tedeschi avevan lasciato lì i prigionieri e organizzavan la ritirata. Qualche soldato tedesco aveva disertato, e una pattuglia rastrellava la zona per trovarlo. Uno s’era nascosto a dormire dentro un pagliaio, e i suoi camerati, scoperto il disertore, avevan dato fuoco al pagliaio con lui bruciato dentro. Quando uno del posto, originario del nostro borgo, è andato a cercare tra gli sfollati, ha riconosciuto la mi pora mamma e l’ha portata in salvo a casa sua con la mi sorella. Lì hanno aspettato che arrivasse gli americani.
Sicché, durante la ritirata, una colonna tedesca s’è fermata nel nostro borgo. Han cominciato subito a scarnacià alle porte, per venir dentro casa a rubare. Dalla camera dei mi pori genitori s’è affacciato il capoccia della Croce Rossa. “Bai! Bai! Bai!” con quattro bai i soldati tedeschi son spariti come i lampi, perché lì c’era la Croce Rossa tedesca e non volevan esser disturbati. Quando fan la ritirata i militari, dove si fermano fanno man bassa. A me han portato via pure la camicia e un paio di calzoncini corti stesi fuori a asciugare.
Una mattina è partita anche la Croce Rossa, perché gli americani arrivavano, sparavan le granate a pioggia, scoppiava i proiettili e tutte le schegge, era proprio una pioggia. Toccava star attenti anche noialtri civili. I tedeschi avevan fatto saltà tutti i ponti. La mattina dopo, io curioso vado a vedere il ponte più vicino ch’avevan buttato giù. All’improvviso sulla strada del podere vedo soldati armati, tutti covioni. Era la retroguardia dei tedeschi che, stesi a terra e nascosti, aspettavano per dar tempo alla colonna di ritirarsi. In avanguardia, gli americani mandavan le pattuglie a vedere se potevan andar avanti con tutto lo squadrone, e i tedeschi aspettavan per sparargli addosso. Quelli dell’avanguardia americana si chiamavan Bufali, perché eran negri. Mai visti prima. Parevan fatti di carbone, meno il bianco degli occhi.
Prima d’andar via, i tedeschi han sparato ai civili che rientravano in paese, e hanno ammazzato tre persone. Han piazzato un cannone e tirato cinque sei colpi e, con quel ch’è caduto in mezzo alla gente, ne han mazzati tre. Gli americani non avevan fretta di venir avanti, perché non volevano far morire i civili. Ma tanto son morti lo stesso.

6 commenti su “Alla macchia”

  1. Loana Boccaccini

    Che bel racconto, vivido, forte,sembra di essere lì..e come queste erano ‘le storie’ che sentivo da bambina da mio padre, quando le rammentava insieme agli amici la sera. Io non ho dimenticato,ma molti oggi sì!

  2. Maria Teresa Trappoli

    Che testimonianza!!! Ho rivissuto i racconti di mio padre partigiano nei monti attorno a Fossombrone e sulla linea Gotica. Un racconto intenso! Grazie Patrizia

  3. Teresa Trivellin

    Efficacissimo l’adattamento linguistico. Una sorta di regressione al registro regionale, adolescenziale, semplice e spontaneo, che restituisce con realismo le impressioni di un ragazzo.
    “[…] leggeva tutti quei romanzi, Inferno e Purgatorio, l’Orlando Furioso, e quando son nato m’ha battezzato Perseo”.
    “Tutti quei romanzi” e tanta, tragica storia.

  4. Antonella Desantis

    Questo racconto mi ha travolta. La storia vista attraverso gli occhi di un ragazzo. Scrittura…musicale. L’orrore insiene alla dimensione emergica di un ragazzo nelle tue parole. Bellissimo e struggente racconto.

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