Amici fedeli

Andrea amava viaggiare in treno. Le capitava spesso, per lavoro o per andare a Genova dal suo compagno.
Provava un sottile piacere ad osservare scorrere dal finestrino i paesaggi un po’ come i suoi pensieri e le persone che salivano o scendevano alle solite fermate.
Si sentiva, per tutta la durata del viaggio, parte di qualcosa in movimento, che cambiava certo, ma andava avanti rassicurando. Quel giorno, cullata dal rumore delle rotaie si era lasciata andare a fantasticare su che tipo di donna sarebbe stata se avesse dato più spazio ad altre parti di sé, ad altre ambizioni.
Se si fosse sposata presto ad esempio. Se avesse accettato quell’incarico a Milano, se avesse fatto un figlio.
Nulla di tutto questo.
Per realizzare sogni ambiziosi, si diceva, occorreva avere talento e tanta determinazione. E lei per una certa resistenza ai cambiamenti, aveva trovato spesso mille pretesti per non osare fino in fondo. Improvvisamente le parve di ricordare nitidamente l’ambizione provata da bambina, quella di appartenere a un luogo, a una casa, a una famiglia.
Le ambizioni da adulta, lavorative e private che in parte erano state assecondate, le avevano permesso di ottenere approvazioni familiari e sociali tanto desiderate. Eppure sapeva di aver rincorso invano tutto quello che non riusciva a capire e di cui si innamorava. Di aver chiuso alcune porte che non aveva mai più potute aprire.
Veniva giù la pioggia quel giorno, poco prima dell’ultima fermata, quando raddrizzati i ricordi, si era chiesta se l’ambizione più grande non fosse proprio la realizzazione di quel sogno di bambina: avere un posto dove tornare, dove l’ulivo e il melograno, amici fedeli, stavano da tempo ad aspettare.

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