Li ho visti ieri alla stazione di Pavia. Lui secco, jeans neri e polo rossa fuori dai calzoni, sneakers bianchissime, abbronzatissimo, capelli tinti marrone cuoio, volto segnato da righe profonde. Età circa settanta. Nazionalità padana. Il tondo viso di lei sorride con un’ombra di nostalgia e imbarazzo negli occhi. Alta, quasi maestosa, non più di cinquant’anni, chiaramente arrivata dall’oriente d’Europa, capelli corti d’un biondo slavato. Lui è al settimo cielo, non sta nella pelle, sgambetta qua e là come un cagnolino che vede arrivare la ciotola, inciampando nella valigia. Lei no, è immobile, appoggiata di spalle alla ringhiera del sottopassaggio, lo guarda distratta con un sorriso indefinibile sulle labbra quasi materno. C’era sole, luce e caldo.
Se non fosse una storia d’amore, che merita la sua dose di tenerezza, ci sarebbe da sorridere. L’amore può rendere ridicoli anche l’uomo più egoista o la donna più austera. Persino i prìncipi dell’aridità sentimentale possono cambiare pelle se innamorati e a molti è capitato di esserlo.
Si sbaglia chi ritiene che l’innamoramento sia confinato alla giovinezza, la primavera della vita. Vedendo e – devo confessare: osservando – di sottecchi la coppia alla stazione mi sono ricordato di una storia di una trentina di anni fa. Una storia vera, della quale sono stato testimone. Persino testimone di nozze, a Lubiana, in Slovenia, dove ho a lungo lavorato.
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«Ops, I’am sorry, ladies first» udì la sessantacinquenne Ivanka di Lubiana, mentre con la coda degli occhi intravvedeva una sagoma lunga e grigia che le cedeva il passo davanti al portone. Sorrise, un po’ imbarazzata ma anche, goffamente, soddisfatta.
Slovenia. Decenni di socialismo reale. Il femminismo non è mai esistito. La parità uomo-donna è insita nella natura dell’organizzazione sociale nella quale esistono solo compagni e compagne, parimenti essenziali e identici nella sottomissione alla dittatura del proletariato.
La galanteria, bizzarra caratteristica della letteratura capitalista, non aveva cittadinanza nella classe operaia.
«Ops, I’am sorry, ladies first» disse Timothy, sessantacinque anni anche lui, inglese, York University, in pensione da dieci mesi, vedovo da sette anni, alto e sufficientemente scialbo e polveroso da incarnare lo stereotipo di un vecchio professore.
La galanteria era parte di sé, un codice antiquato e démodé, utile per evitare problemi, sebbene non del tutto impermeabile all’erotismo. Così si era comportato suo padre e così si era comportata sua madre, così i nonni e così anche tutti gli antenati che non aveva conosciuto. Così fin dai tempi delle chansons de geste, dove valenti cavalieri, testimoni di un universo cavalleresco e cortese, proteggevano innocenti pulzelle indefinitamente vergini. Una cosa prevedibile come una clessidra.
Fu uno scontro tra due galanterie, quella orientale di lei – assente – e quella occidentale di lui – convenzionale e quindi assente in altro modo.
Fu un incontro, anche lui convenzionale, al congresso europeo di biochimica, a Bled, in Slovenia. Timothy era stato invitato a parlare dei meccanismi di ripiegamento delle proteine, argomento di studio al quale aveva dedicato tutta la sua vita all’università e del quale era considerato uno dei massimi esperti a livello mondiale, una specie di guru o patriarca. Ivanka non era stata invitata al congresso ma vi partecipava, con gran piacere, perché si svolgeva non lontano da Lubiana, dove lavorava all’unità di ricerca farmacocinetica di una grossa azienda farmaceutica
Fu colpo di fulmine. Reciproco.
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Timothy immaginava sua sorella Virginia chiedergli se non si vergognava, alla sua età. A parte che questa era una banale domanda retorica, lui non si vergognava proprio per niente. Non solo perché non aveva bisogno di nessuno specchio per constatare di essere vecchio e nemmeno di guardare in basso per notare di non avere più un orologio a cucù tra le gambe, ma anche perché, come descrivono tutti i manuali di psicologia, nulla è in grado di arginare quel sentimento che molto assomiglia ad una malattia.
Gli occhi cerulei di Ivanka gli agganciarono l’anima come un amo con i pesci. Non era più padrone dei suoi pensieri. Allacciandosi le scarpe, la immaginava ad osservarlo; si radeva la barba con più cura cercando di piacerle; al supermercato la immaginava al suo fianco a lato del carrello; in ascensore la fantasticava silenziosa e lievemente imbarazzata.
Era la sua ombra, come nella canzone di Jacques Brel dove l’innamorato supplica la sua amata di non lasciarlo, confessando di essere disposto ad essere l’ombra della sua ombra, l’ombra della sua mano, l’ombra del suo cane. È così che Timothy avrebbe cantato se avesse saputo cantare – era stonato come una campana. Per lui, lei era come un sole, una sorgente di luce molto particolare, un faro che sprizza fotoni illuminando ogni ombra, una specie di estate universale che riesce a inglobare ogni altra stagione. Come uno di quegli altissimi pali che innalzano fino al cielo i loro fari poli-direzionali per illuminare parcheggi o campi di calcio. Lei era il sogno che popolava ogni suo sogno, l’alito benevolo che accompagnava ogni sua notte. Permanentemente sentiva le risate di lei, gioiose e sdrucciolevoli come le note di uno xilofono.
Ivanka non fu meno perturbata di lui ma, da donna, considerò molto più attentamente gli aspetti pratici della questione: scegliere un posto dove coltivare questo amore – Inghilterra, Slovenia o altrove? Assicurarsi di avere quanto basta per alloggiare e nutrire i loro corpi. Regolare lo stato dei beni acquisiti o ereditati – morganaticamente o meno. E parecchie altre questioni di notevole importanza.
Si sa, le donne sono più intelligenti. Per esempio, commettono meno assassini degli uomini, perché sanno che per liberarsi di un marito c’è una strada meno rischiosa e meno violenta che si chiama divorzio. Gli uomini non ci arrivano e quindi commettono delitti con la brutalità propria di belve feroci scarsamente raziocinanti.
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Fu così che io, che ero l’unico a studiare il ripiegamento delle proteine a Lubiana – per questo lui mi conosceva – e che ero molto più giovane di loro due, mi ritrovai al matrimonio di Timothy ed Ivanka, in qualità di testimone, testimone di lui. Decisero per una cerimonia sobria nella saletta del municipio centrale di Lubiana destinata allo scopo. Scelsero la data del compleanno di lei, così da potere invitare alcuni parenti di Ivanka senza svelare il reale motivo dell’invito: costoro ebbero quindi la sorpresa di partecipare ad una cerimonia nuziale organizzata a loro insaputa.
Niente regali, niente musica, niente pranzo al ristorante, solo un rinfresco al bar di un ristorante nei paraggi della piazza del municipio, un posto decentemente elegante. Nessuno si commosse e nessuno fece discorsi. Le due fedi erano semplici tondi d’oro. La mia collega, testimone di lei, si divertiva quasi più di me. Niente viaggio di nozze o, meglio, rimandato all’estate quando Timothy avrebbe presentato la nuova compagna a sua sorella Virginia.
Un matrimonio anomalo. Roba breve. In un’oretta era tutto finito.
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Si stabilirono a Lubiana, nel verde quartiere di Rozna Dolina, in una villetta cubica anni ’30 sormontata da una bassa piramide di tegole rosse, con un modesto giardino sui quattro lati. Era a due passi dal lavoro di Ivanka e Timothy cominciò ad occuparsi, con anglosassone competenza e dedizione, del giardinetto. Per questo doveva frequentare i negozi specializzati in periferia o addirittura fuori città, e questo pose un problema di una certa serietà: l’automobile. Che era la piccola utilitaria di Ivanka.
Sebbene Timothy non avesse guidato parecchio nella sua precedente vita anglosassone, mai aveva avuto grossi problemi con le automobili che aveva noleggiato o posseduto. Ora, invece, doveva imparare a guidare a rovescio, almeno dal suo punto di vista, cioè a destra. Non è impossibile guidare a rovescio, ma ci vuole concentrazione perché non è possibile ricorrere a tutti quegli automatismi che il corpo ha assimilato durante la vita. E ci vuole tanta più concentrazione quanto più l’età è avanzata, come nel caso di Timothy.
Quest’ultimo si fece quindi estremamente prudente, guidando molto lentamente per darsi il tempo di prendere buone decisioni ed evitare errori pericolosi. Si racconta che, così facendo, gli capitò un grottesco e forse deprecabile inconveniente. Guidava molto lentamente e un’auto che lo seguiva lungo via Graz cominciò tutto a un tratto a strombazzarlo e lampeggiarlo; lui si fermò, accese le quattro luci intermittenti di emergenza e, tirato il freno a mano, scese dall’utilitaria di Ivanka e con fare compassato, come da stereotipo di lord inglese, camminò fino all’auto che lo seguiva per chiedere “cosa succede?” a un conduttore che, non credendo ai propri occhi, perse istantaneamente ogni aggressività
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Furono anni tranquilli quelli, mi raccontò qualche anno dopo. Era un vero amore quello, l’età non c’entrava come nemmeno gli ormoni o la libido e altre sovrastrutture biologiche, era purissimo amore. Immateriale come tutte le cose essenziali della vita.
Durò parecchio quell’amore tranquillo. Ivanka se ne andò diciannove anni e tre mesi dopo il matrimonio e Timothy sopravvisse altri ventiquattro mesi.
Negli ultimi tempi, quando andavo a trovarlo nel cubo anni ’30 di Rozna Dolina, mi parlava in parte in inglese e in parte in sloveno – lo aveva imparato e ora lo stava scordando. Mi diceva di essere stato innamorato abbastanza da diventare due volte vedovo. Un’infelicità al quadrato.
La vita è breve e il mondo è strano, gli facevo osservare, ma a lui queste sembravano parole troppo grosse e si rifugiava in frivolezze del tipo che ci sono poche rondini quest’anno in città oppure che ci vorrebbe un po’ di pioggia per il giardino.
A volte, fissandomi negli occhi come per incantarmi, mi confessava che non vedeva l’ora di andarsene e, pur senza illudersi troppo – sai com’è, sono sempre stato agnostico, se non addirittura ateo, precisava –, sperava che esistesse un aldilà per rivedere Ivanka, per sempre.
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Questa è la storia della quale sono stato testimone e, ora che anch’io aspetto di andarmene, mi spiace maledettamente che Timothy non ci sia più e un po’ gliene voglio, perché si è dimenticato di mandarmi notizie dall’aldilà, che forse non esiste.


Bello e garbato