Una radice profonda: ars e l’idea di ordine
La parola artificiale, dal latino artificialis, nasconde nella sua radice ars, qualcosa di sorprendente.
Ars rimanda alla radice proto-indoeuropea, *h¸er-, che significa “unire, adattare, far combaciare”. Quella stessa radice è comune oltre ad ars, a ritus, harmonia e nel sanscrito vedico a ṛta che richiama l’ordine cosmico che regge il movimento degli astri.
Artificiale, dunque, non significava originariamente falso o imitato, significava fatto secondo un ordine appropriato. È una parola che cambierà significato molte volte nel corso dei secoli, e che è ancora al centro del dibattito del nostro tempo.
Nel Medioevo e nel Rinascimento artificialis non aveva connotazione negativa, esprimeva ingegno, conoscenza applicata, capacità di prolungare le potenzialità della natura attraverso la ragione.
Con l’industrializzazione il termine muta, artificiale si contrappone ad autentico, i materiali sintetici incarnano la promessa e il sospetto verso il prodotto della fabbrica. Si fa strada l’idea che ciò che è artificiale sia meno “vero”, meno “puro”.
Ai primi del novecento diventa anche immaginario collettivo: Karel Čapek rende famosa la parola robot con R.U.R. , opera teatrale, in cui esseri artificiali si ribellano ai propri creatori. Pochi anni dopo, Fritz Lang porta sullo schermo Metropolis, dove il robot Maria viene deliberatamente usato contro la classe operaia da chi detiene il potere; la responsabilità dell’artefice si fa complicità politica, innescando un cortocircuito tra intento politico e imprevisto tecnologico quando l’automa sfugge al controllo, trasformandosi in una forza distruttiva che travolge ogni cosa. Due archetipi che pesano ancora oggi, nell’epoca dei deepfake e delle identità sintetiche.
A metà degli anni cinquanta, il significato di artificiale cambia nuovamente; alla conferenza di Dartmouth nasce ufficialmente l’espressione Artificial Intelligence. La macchina non è intelligente, si comporta come se lo fosse. Ma se si torna alla radice etimologica, si apre una prospettiva inattesa, l’obiettivo dell’IA non è imitare la mente umana in modo approssimativo, quanto trovare un ordine corretto nei dati e nelle strutture, che è esattamente ciò che fanno i modelli matematici su cui si basa.
Pochi anni dopo la conferenza di Dartmouth, Italo Calvino, nel 1967, tenne la conferenza Cibernetica e fantasmi, in cui rifletteva sulle origini combinatorie della letteratura, dal narratore primitivo che assembla elementi tramandati, fino all’ars combinatoria del monaco catalano Raimondo Lullo che nel XIII secolo aveva costruito una macchina logica per generare proposizioni vere, combinando concetti secondo regole fisse. Il nome che Lullo dava al suo sistema non era casuale: lo chiamava ars.
Calvino mostra che i vincoli formali, lungi dal limitare la creatività, abbassano la guardia del controllo cosciente e lasciano affiorare contenuti preconsci, non ancora formulati. L’ordine non è il contrario della libertà, è la soglia attraverso cui la libertà diventa comunicabile. Ma quell’ordine non è mai dato in partenza, si trova percorrendo il labirinto, sbagliando strada; come ricorda Italo Calvino citando Dumas, basterà individuare il punto in cui la fortezza pensata non coincide con quella vera per trovarla. Ed è il lettore, non la macchina, a fare quel riconoscimento, perché la macchina non ha un corpo che ha sofferto e dimenticato, non ha autocoscienza.
Oggi artificiale porta con sé almeno tre significati sovrapposti: prodotto dall’uomo, in contrapposizione alla natura; simulato, in contrapposizione all’autentico; non cosciente, in contrapposizione all’intelligenza biologica. Questi tre piani convivono e generano fraintendimenti profondi nel dibattito attuale, soprattutto quando la responsabilità dell’artefice – colui che fa – tende a dissolversi, perché i sistemi sono diventati tanto complessi da sembrare autonomi.
La radice *h¸er- da cui siamo partiti non appartiene a una sola cultura: il vedico ṛta, il greco harmonia, il latino ars sono la stessa intuizione declinata in lingue lontanissime. L’idea che il mondo funzioni quando le sue parti sono disposte nel modo giusto è una visione condivisa dall’alba dei tempi. Che la parola artificiale, nei suoi molteplici significati, sia ancora al centro del dibattito non è, forse, una coincidenza.

