Ascesa e tramonto di una borghesia minima

Peppino De Luca sembrava un uomo di successo. Dopo aver tanto implorato, il padre don Carluccio, portiere di uno stabile signorile nel cuore della città vecchia, era riuscito a piazzarlo come usciere al Banco di Napoli.
Per Peppino, una vita spesa a Via Toledo, fiero della consegna e orgoglioso del “posto” occupato. Una moglie, i ragazzi che studiavano, una piccola casa di proprietà, con un mutuo trentennale del quale non si vedeva mai la fine.
Ringraziando Iddio, le cose si stavano, però, mettendo benino.
Certo, quando i superiori lo pressavano, il nostro diventava sindacalizzato e il suo cuore batteva a sinistra; magari però votava a destra, perché la scalata sociale, cominciata con tenacia dal genitore, era arrivata a un punto tale, che la gente lo chiamava confidenzialmente “il cavaliere”.
Poi, si sa, la vita ti travolge, perché il tempo passa molto in fretta. Don Carluccio, quasi novantenne, era diventato vedovo; si era ammalato, occorreva trovare una badante che lo assistesse notte e giorno.
Eccola, si chiamava Tanja; veniva, come molte, dall’est ed era rotonda e servizievole (“papà, non farci fare figure, non allungare le mani!”). Con la pensione del padre e una piccola aggiunta mensile da parte del figlio, ce la facevano ancora bene a campare tutti quanti.
In un primo momento, era sembrato perfino il completamento di un percorso esaltante. Caspita, teniamo pure la persona di servizio: e chi ce lo doveva dire. Il cavaliere si sentiva praticamente arrivato.
All’improvviso, lutto grave in famiglia: don Carluccio ci ha purtroppo lasciati. Ciao nonno, scrivono sui manifesti listati di viola; ciao Tanja, com’eri fedele e “aggarbata”, non ti scorderemo mai più. Non ti mancherà di certo un’altra occupazione, brava come sei.
Passa qualche settimana, e arriva una lettera minacciosa da un misterioso Patronato.
Caro signore, rappresentiamo la gentile badante del compianto genitore: ci sono da pagare le ferie arretrate, la liquidazione finale e vogliamo vedere pure come sei messo a contributi.
Ah Tanja, che serpente sei! Hai vilmente trafitto la mano che ti ha nutrito! Il cav. è inferocito: corre dai sindacalisti del Banco di Napoli per un drammatico consulto. Portaci due carte, racconta la tua storia per filo e per segno.
La risposta finale è tiepida; cavaliere, qualche ragione quella donna ce l’ha, devi trovare una soluzione di compromesso. Un po’ di soldi dovrai tirarli fuori, perché sei diventato “datore di lavoro”.
Perbacco, eravamo arrivati a far parte addirittura della borghesia capitalista, e non ce ne eravamo nemmeno accorti!
Amaro conciliabolo la sera a tavola: pensare che la tenevamo come una figlia, e chi poteva immaginarsi il voltafaccia di quella disgraziata (per decenza, edulcoriamo gli epiteti, tutti in stretto dialetto dei vicoli).
Ormai, ci dobbiamo rassegnare, bisognerà cedere alle pretese per scongiurare il peggio. Per questo mese, come per almeno altri dodici a venire, soffriremo della sindrome della terza settimana (per la quarta, si andava già a credito dal salumiere dell’angolo).
Mentre i De Luca girano sconsolati la forchetta in un piatto di spaghetti, quelli avanzati dal mezzogiorno, assistiamo con stupore, in un fragore di debiti e di male parole, all’inatteso declino psicologico di una recente minima borghesia.

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