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Bar delirio

 

Nonostante la sua proverbiale facondia si fosse ormai ridotta a un fastidioso brontolio, il professor Nicolò Alvise Del Verzaro aveva conservato sufficiente lucidità per domandarsi se fosse il mondo ad essere peggiorato oppure lui ad essere invecchiato. O entrambi.
Dirigeva, da ormai tre anni, l’istituto di chimica di una media università di provincia, con antiche tradizioni e un presente talmente modesto che, scherzando ma non troppo, si diceva che avesse un gran futuro dietro le spalle. Lui lo faceva contro la sua volontà e solo perché nessun altro voleva farlo. In effetti, chi vorrebbe dirigere un’istituzione decadente per mancanza di finanziamenti statali e affollata di professori pigri e poco ambiziosi? Sarebbe stata un’impresa improba e piena di delusioni se non addirittura di umiliazioni.
Tuttavia, alcuni professori, forse perché di modesto spessore culturale e forse perché mai avevano lavorato altrove, non si rendevano conto del progressivo decadimento della propria università e, candidamente come Pangloss, ritenevano che tutto è per il meglio in questo migliore dei mondi possibili.
Prendiamo per esempio il professor Portalupi: camminava impettito ammirando la sua ampia ombra, convinto che ognuno avesse il dovere di ammirarla a sua volta e certissimo di essere il miglior esperto al mondo dell’interazione tra alcaloidi e terre rare. Cosa forse persino vera ma che lasciava perplessi anche i più bendisposti tra i colleghi che, alcaloide per alcaloide, preferivano la caffeina al bar e, in genere, passavano più tempo al bar che in laboratorio, disinteressandosi, come quasi ogni essere umano sul pianeta, alle interazioni tra alcaloidi e terre rare.
Tutti rimasero stupiti quando Portalupi ottenne un’importante sovvenzione statale per le sue ricerche, si parlava di quasi un milione di euro per quattro anni, e tutti ma proprio tutti nascosero la propria invidia sotto un’alluvione di congratulazioni al Portalupi che, grosso com’era, pareva volteggiare in cielo come una mongolfiera.
“Una puntina, una puntina, ecco quel che mi servirebbe, per farlo esplodere…” pensava il professor Del Verzaro, invidioso come gli altri ma che, per dovere istituzionale, dovette organizzare tutta una serie di eventi per celebrare il Portalupi: prosecchini scadenti; comunicati stampa; scatti di foto; intervista al giornale locale; e altre quisquilie tanto fastidiose quanto dispendiose in termini di tempo.
Fu una gran perdita di tempo, Del Verzaro ne era assolutamente certo, tanto più che in quel periodo era tormentato da un grosso problema – grosso almeno per lui. E tutto per colpa di un paio di imbecilli, il rettore e la prorettrice all’edilizia universitaria, uno più sciocco dell’altra, due autentici campioni del mondo nel settore della stoltezza – almeno secondo lui. Lei, soprattutto, una sessantenne dalla candida capigliatura, non più alta di un metro e sessanta, sovrappeso, vestita come una quattordicenne, jeans chiari attillati e polo bianca che comprimeva un grosso seno probabilmente cadente. E un viso da topo o, meglio, da pantegana.
Questa arpia era apparsa all’improvviso un paio di mesi prima nel suo studio, senza avvertire e senza manco bussare, semplicemente preannunciata da secchi scatti di tacchi, con una gran notizia, almeno secondo lei: “il rettore avrebbe intenzioni di nominarti prorettore al benessere studentesco”, gli aveva strombazzato, quasi che fosse un regalo di compleanno o la consegna dei premi della lotteria.
Per chi non fosse addentro al mondo universitario è bene accennare al fatto che ogni università ha un rettore che ne è il capo, la dirige e ne fissa le strategie di sviluppo, e che si attornia di un numero variabile di prorettori, i suoi vice, che si occupano della effettiva gestione dell’istituzione; uno si occupa della didattica, uno della ricerca scientifica, un altro degli edifici e della loro conservazione; e forse ce n’è anche uno per la internazionalizzazione e un altro per i rapporti con la politica e via di seguito. Il professor Del Verzaro non si era mai occupato di queste cose e, anzi, le evitava come le merde di cane sui marciapiedi. Tuttavia, non aveva mai sentito parlare di un prorettorato al benessere studentesco, non aveva la minima idea di cosa si trattasse e temeva che sarebbe stata una pelosissima gatta da pelare.
In fondo, a lui non restavano che pochi anni alla pensione e non aveva nessuna voglia di caricarsi di adrenalina per nuove sfide, soprattutto nel caso di iniziative che a lui sembravano del tutto superflue e inutili. Che cosa diavolo era il benessere studentesco? Avrebbe preferito passare gli ultimi anni tranquillamente. Fare il direttore dell’istituto di chimica gli pareva già abbastanza complicato, con tanti problemi che lui non sapeva risolvere ma che doveva comunque gestire: per esempio la riparazione del tetto che prendeva acqua, la sostituzione del portone di ingresso o lo smaltimento dei rifiuti tossici. E poi doveva sedare le liti tra alcuni colleghi particolarmente vivaci, gestire la segreteria amministrativa e quella didattica, firmare una gran quantità di documenti dei quali, nella maggior parte dei casi, ignorava il contenuto. E adesso avrebbe dovuto occuparsi anche del benessere studentesco? Avrebbe potuto rifiutare, accampando magari qualche malanno, uno qualsiasi di quelli che accompagnano l’esistenza delle persone anziane come lui.
“Forse il mondo sta peggiorando quanto io sto invecchiando”, si diceva. “Vengono inventate cose estremamente inutili ma è stonato scansarle e, per continuare a cantare nel coro, bisogna farsele piacere.”
Tra le altre cose, voleva continuare a trovare tempo per la ricerca, senza farsi ingoiare in faccende inutili. Intendiamoci, lui non era il prototipo del chimico: non distillava, non scaldava e non mescolava, non correva il rischio di esplosioni. In breve, non usava le mani. Era uno storico della chimica, specialista del XIX secolo, roba del tipo Lavoisier, Dalton o Avogadro, aveva pubblicato diversi libri e la redazione dell’ultimo, su Mendeleev, quello della tabella periodica, procedeva con letargica lentezza.
Inoltre, doveva continuare a insegnare nei suoi due corsi, gli stessi che teneva da parecchi anni e che poteva svolgere col pilota automatico, ma che richiedevano almeno un paio di ore di lavoro al giorno. Di uno dei due – la chimica generale per i biologi – non gli importava un fico secco perché si ritrovava ogni anno davanti agli occhi una massa di studenti che, secondo lui, avrebbero faticato a mettersi le dita nel naso al buio. Tutti “coglioni”, per intenderci. Anche dal secondo, il corso di storia della chimica, riceveva poche soddisfazioni, perché era un corso facoltativo, seguito principalmente da studentesse e studenti che intendevano insegnare nella scuola media. E questi, secondo lui, erano studenti di seconda scelta.
Tuttavia, non ebbe scelta, dovette accettare di divenire prorettore al benessere studentesco. Altrimenti si sarebbe fatto nemici eccellenti.
Nel frattempo, si era informato, anche se non aveva ben capito ogni dettaglio su ciò che il suo nuovo ruolo abbisognasse.
Per cominciare, tutto era iniziato con l’epidemia di covid-19, qualche anno prima. Durante il confinamento, a causa dell’innaturale isolamento sociale, parecchi adolescenti avevano sviluppato comportamenti anomali, dalla lieve depressione al completo bipolarismo. Il benessere studentesco era quindi emerso come un elemento cruciale nel campo dell’educazione dei giovani. Le scuole e le istituzioni educative cominciarono a riconoscere sempre più l’importanza di un approccio olistico che non si limiti al successo accademico, ma che includa anche il benessere emotivo, sociale e fisico degli studenti. C’era crescente consapevolezza che un ambiente di apprendimento positivo e di supporto era fondamentale per lo sviluppo completo e la crescita dei giovani, preparandoli non solo a livello professionale, ma anche personale.
Il professor Del Verzaro avrebbe quindi dovuto implementare una serie di servizi di supporto psicologico agli studenti, cercando di sensibilizzare il corpo docente e provando, nei limiti delle possibilità finanziare dell’università, a promuovere iniziative di socializzazione per mettere gli studenti a proprio agio.
Ogni tanto, si chiedeva se per caso tutto questo non fosse che uno dei segnali del fatto che il mondo stava peggiorando: secondo lui, gli studenti di un tempo – e quando pensava a un tempo, si riferiva naturalmente a quelli della sua generazione – erano più forti, studiavano di più senza cercare alibi alle bocciature, accettando le sconfitte, per esempio quando una teoria scientifica era troppo complicata per il loro intelletto limitato, e ammettendo che le ingiustizie non fossero la persecuzione di un mondo cinico e disonesto. Gli studenti moderni, invece, erano fragili e necessitavano di sostegno. Talvolta, si chiedeva se tutto questo non fosse che un modo per far ingrassare gli iscritti all’ordine degli psicologi, che fatturavano più di panettieri e barbieri. Proprio quegli psicologi che non andavano d’accordo su nulla tra di loro e che, tuttavia, formavano un fronte compatto quando si trattava dei loro interessi pecuniari.
Da questo punto di vista, il mondo stava peggiorando, non aveva alcun dubbio al riguardo.
Ebbe sonni affollati da incubi ricorrenti in quel periodo, il professor Del Verzaro. Spesso, si ritrovava a litigare con Daniel Barenboim, al quale aveva rubato lo spartito, a proposito dell’interpretazione del quarto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven; entrambi erano in mutande e canottiera bianche, avevano freddo, anche se pioveva acqua bollente, e d’un tratto Daniel dava un bis al pianoforte. Niente Beethoven ma Bela Bartok, che Del Verzaro detestava. Capitava che nel sogno si intrufolassero anche altri musicisti ma in modo confuso, forse Lorin Maazel, forse Carlos Kleiber, senza che Del Verzaro ne conservasse un nitido ricordo al risveglio. Di certo, comunque, non sarebbe mai e poi mai andato da uno psicologo a farsi interpretare il sogno, anche perché, in fondo, era affezionato a quel pianista e direttore d’orchestra. Per alcuni anni, erano stati persino vicini di casa. Nella realtà, non nelle foschie oniriche.
Come neo-prorettore al benessere degli studenti aveva, in realtà, poco da fare, anche perché mancavano i quattrini e quindi si limitava a far preparare e far distribuire opuscoli con consigli e indirizzi presso i quali rivolgersi in caso di necessità. Tutta una roba noiosa e, secondo lui, praticamente inutile.
Gli venne però un’idea, una grande idea, almeno secondo lui. Non si sa da dove gli fosse venuta, forse da un rooftop bar di un albergo di fronte al porto di Palermo, dove era stato anni addietro, forse da una mansarda proprio sopra Spaccanapoli, dove abitava sua cugina, forse da una chambre de bonne parigina, dove aveva alcuni ricordi, oppure da uno dei tetti di Roma, dove sua nonna stendeva i panni ad asciugare.
L’idea, la grande idea, era un bar, sul tetto dell’istituto di chimica dell’università. In periferia.
Tutto scintillante di vetro e alluminio, pannelli solari per regolare la temperatura in modo ecologico, ascensore panoramico e scale a chiocciola d’emergenza, luci abbaglianti, vistoso e sgargiante, impossibile da non notare da chi passa in tangenziale. E con vista sulla tangenziale… oltre che su un concessionario di auto cinesi e sul parcheggio coperto dell’università.
Sarebbe stato il luogo dove le studentesse e gli studenti avrebbero potuto passare il loro tempo libero, tra una lezione e l’altra, socializzando senza chiudersi nella solitudine da social e dove sarebbe stato possibile alimentarsi in modo sano ed equilibrato – tutto sarebbe stato bio e vietate le bevande alcoliche.
Un bar di questo tipo avrebbe contribuito al benessere studentesco, non c’era dubbio.
Un bar luccicante! Fluorescente e fosforescente!
Per un po’. Si tenne questo progetto per sé, non per timore del giudizio altrui ma per continuare a gustarsi da solo questo sogno, il sogno di una navicella spaziale allegra e sfavillante in cima all’istituto di chimica. Provava un senso di euforia quando ci pensava, come un adolescente nel cui cuore sbocciano per la prima volta sentimenti amorosi. Raggiungeva quello stato nel quale ci si sente dopo un certo numero di grappini, prima di sfociare nella sbornia che spegne il cervello e nasconde i ricordi. Gli pareva di raggiungere un’ebbrezza sana e allegra, pur senza toccare il bicchiere, e godeva di quello stato esaltato e contemporaneamente sereno.
Trovò anche un nome per il suo bar: Barcarola. Una serenata da gondoliere veneziano, una soave melodia ondeggiante. Non gli usciva dalla testa quella di Offenbach.
Senza dubbio sarebbe stato un locale elegante, anche se, conoscendo il modo di vestire degli studenti, nutriva qualche dubbio in proposito. Sarebbe stato senza dubbio un bar intellettuale, ma anche da questo punto di vista, il livello degli studenti non gli sembrava eccelso.
Dubitava, talvolta, del nome. Qualche collega o studente, nei periodi natalizi, avrebbe potuto storpiarlo in bar carola, nel senso dei canti natalizi. Ma poi, che male ci sarebbe stato in fin dei conti! E poi, a Natale, gli studenti erano tutti a casa e l’istituto chiudeva per un paio di settimane per consentire un certo risparmio sulle spese di riscaldamento.
Dopo ripetuti tentennamenti, accennò al progetto col rettore. Quell’imbecille non lo ascoltò nemmeno, rimbalzandolo alla prorettrice all’edilizia, la sessantenne paffuta, che si mostrò ostentatamente incredula. Del Verzaro non capì se questo scetticismo dipendesse dall’inanità della proposta o dalla scarsa probabilità, almeno nell’opinione della prorettrice, di vederla finanziata. Gli venne data, comunque, via libera, a condizione di non pesare sul magro bilancio universitario. Quelli erano anni magri, durante i quali il motto cherchez la femme si era trasformato in cherchez le kopeck.
A questo punto, di fronte a un muro da scalare, il professor Del Verzaro si sentì solo ma anche pieno di energia. Dopo averlo rimuginato a lungo, si era fatto un’idea abbastanza chiara del progetto. In primis, avrebbe dovuto avere una stima, ancorché approssimativa, dei costi. Poi avrebbe dovuto incanalare i sogni in un progetto di massima, compreso dei tempi di realizzazione, del costo totale, e della gestione del nuovo bar – incluse la manutenzione dei pannelli solari, dell’ascensore e di tante altre cose.
Infine, e questo era l’ostacolo più temibile, doveva inviare il progetto a tutti gli enti che avrebbero potuto prenderlo in considerazione. C’erano i fondi per l’edilizia del ministero ma la prorettrice lo avvertì: ci puoi provare ma non ne caverai niente…
Esistevano concrete possibilità dalle parti delle due banche locali – le banche sono sempre molto più grasse di quanto vogliano far credere. Avrebbe potuto provare anche col comune, la provincia e la regione – qualche alto funzionario o qualche politico avrebbe potuto essere sedotto dall’originalità del progetto e avrebbe forse fatto un pensierino alle foto della stampa in occasione dell’inaugurazione del bar. Valeva la pena tentare anche con l’Unione Europea e con qualche fondazione internazionale dedita alla beneficenza e sensibile all’educazione dei giovani studenti.
Il grande e temibile ostacolo era lì e ogni tentativo di superarlo comportava la produzione di centinaia e centinaia di pagine, molte del tutto inutili, altre ripetitive e alcune, le più difficili, decisamente delicate: tutto si sarebbe giocato in poche righe, qualche aggettivo o qualche avverbio, senza frasi troppo lunghe ma neanche un telegramma.
Furono mesi e mesi di lavoro intenso, anche perché Del Verzaro doveva fare tutto da solo, senza l’aiuto di nessun impiegato amministrativo, per non pesare sul magro bilancio universitario.
Il Barcarola divenne un’ossessione.
Vi dedicava ogni minuto libero senza curarsi del collega Portalupi, sempre più svolazzante e che più non toccava il pavimento, e senza curarsi di minuzie amministrative, che aveva interamente delegato alla sua segretaria. Delle lezioni non gli importava più granché, il libro su Mendeleev poteva aspettare, ché tanto non lo avrebbe letto quasi nessuno, e le relazioni col rettorato vennero ridotte al minimo. Il benessere studentesco era la sola cosa importante anche perché, nei suoi pensieri, coincideva col Barcarola.
Sospettava, talvolta, che lo prendessero in giro così come si canzona lo scemo del villaggio o si deride un innamorato sfortunato e illuso. In realtà, nessuno gli mancò mai di rispetto e anzi, almeno secondo lui, parecchi colleghi ammiravano la sua tenacia. Gli studenti non sapevano niente di questo bellissimo progetto, per cui non potevano esprimere la loro opinione; altrimenti, ne era certo, lo avrebbero soprannominato prof barista, cosa che quasi lo avrebbe divertito.
Non poteva presentare domande di sovvenzione in parallelo perché, se fossero finite sul tavolo dello stesso valutatore – cosa non impossibile –, avrebbe fatto una mastodontica figura da macaco. Doveva quindi aspettare l’esito di una richiesta di fondi prima di sollecitarne un’altra.
Mesi e mesi di attesa. Per di più inconcludente: nessuno pareva approvare l’idea del bar sul tetto dell’istituto di chimica dell’università.
Eppure, Del Verzaro si ripeteva come un mantra: “è un’idea acuta e geniale. Forse un pochino atipica. Ma prodigiosa. E anche folgorante.”
Tuttavia, seguirono diversi mesi di rifiuti, anche se sempre cortesi e distaccati.
Le risposte arrivavano per posta elettronica e, ogni volta, Del Verzaro si ritrovava il cuore in gola e ansiosamente pigiava il tasto per aprire il pdf. Poche righe. Sempre qualcosa del tipo:

Con la presente desideriamo esprimere il nostro rammarico per non poter finanziare il vostro progetto, nonostante lo abbiamo trovato estremamente interessante e innovativo…

Tuttavia, vi incoraggiamo a ripresentare il progetto in futuro, qualora doveste apportare modifiche significative o sviluppare ulteriormente le vostre idee…

Vi ringraziamo per il tempo dedicato e per l’impegno dimostrato…

Dopo quasi due anni, alle prime ore dell’alba, arrivò l’ennesima risposta. Si era d’inverno, il cielo, colore del peltro, lasciava presagire una giornata uggiosa, piena del tedio di vivere in provincia, quando problemi e seccature si stemperano nella noiosa quiete, facendo procrastinare ogni decisione e smussando ogni irritazione. Il giorno giusto per aprire il pdf.
Ma il professor Nicolò Alvise Del Verzaro non lo lesse. Una luce lattiginosa entrava di sbieco, bucando una tapparella non completamente abbassata e proiettando file di puntini paralleli sul muro alla destra del letto. Lui, solo e supino, sembrava guardare il soffitto grigiastro, pallido e assorto, senza fiatare. Il professore aveva smesso di invecchiare, credendo, fino alla fine, che il mondo non sarebbe migliorato.

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