Forse ve la ricordate. Hafsia Herzi era la giovanissima protagonista di Cous Cous, il bel film girato da Abdellatif Kechiche nel 2007. Sono passati molti anni, l’attrice non è più una ragazzina, adesso è una donna, ma non ha perso quel suo sguardo impenetrabile perfetto per la protagonista di questo film.
Siamo in Corsica, isola poco rappresentata al cinema, terra che conserva un’identità forte e una diffidenza che spesso si trasforma in ostilità per tutto quello che arriva dall’esterno. Comprese le persone. Come Melissa, giovane donna francese di origine magrebina che approda a Bastia col marito africano e il figlio piccolo per iniziare un nuovo lavoro: guardia carceraria a Borgo, una prigione vicina a Bastia che gode di una fama particolare. Un carcere a sé, dove, si dice, siano i detenuti, tutti corsi, a sorvegliare le guardie. Un’isola nell’isola, un mondo chiuso, ostaggio delle implacabili leggi dei clan.
Melissa fatica a integrarsi nel nuovo quartiere, lei e il marito diventano bersaglio di una serie di episodi di intolleranza a cui cercano di resistere per non esasperare il clima di razzismo di cui sono vittime. Lui sta cercando lavoro, lei cerca di capire come comportarsi in carcere, perché l’ambiente che la circonda è se non mafioso, di sicuro omertoso e la costringe a interpretare il non detto per non soccombere. Non semplice fare slalom fra regole non scritte. Se trasgredisci, sei finita, e perdi il controllo non solo dei detenuti ma rischi anche l’isolamento da parte dei colleghi. Melissa mette così in campo tutta la sua cautela: sarà sufficiente?
All’origine del film, racconta il regista, c’è un episodio di cronaca: la vicenda di una guardia carceraria che aveva indicato ai sicari corsi il bersaglio per un regolamento di conti, dando un bacio al predestinato al suo arrivo all’aeroporto di Poretta.
Il regista partendo dalla storia la romanza, indagando un contesto difficile, chiuso, persino più tribale che criminale, con una ferocia arcaica che ricorda la ‘ndrangheta calabrese di un gran bel film, Anime nere.
Melissa prima muta spettatrice, poi protagonista, viene assorbita dai meccanismi di quella società criminale e l’impenetrabilità di Hafsia Herzi accompagna la sua trasformazione, in bilico fra consapevolezza e fatalità. Bisogno di accettazione, identità, paura, interesse, tutto si mescola come succede anche in altri contesti ed è qui che il film acquista una sua universalità.
Ricevere un favore da un detenuto della prigione di Borgo avrà inevitabili conseguenze, anche se il favore non è stato chiesto ma è arrivato, piovuto dal cielo. Non importa, si deve ringraziare comunque e la tela di ragno lentamente ti imprigiona e neppure ti rendi conto di quello che sta accadendo.
Una deriva inevitabile, in un film che mette in scena i meccanismi di una criminalità antica.
Hafsia Herzi è molto brava nell’incarnare l’esitazione di Melissa, i suoi dubbi morali, i suoi tentativi di salvaguardarsi e poi il lento, rassegnato precipitare nella logica criminale. Vorrebbe essere altro, fare altro e invece viene man mano verrà fagocitata. In una situazione nebbiosa, dove convivono paura e seduzione, ribellione, bugie. Le più pericolose perché la prima se ne porta appresso tante altre.
Melissa è anche una tigre che difende la famiglia, ma questo può assolverla? Agli spettatori il verdetto, per questo dramma a porte chiuse.
Borgo –Regia di Stéphane Demoustier – Con Hafsia Herzi, Moussa Mansaly, Michel Fau, Pablo Pauly, Florence Loiret-Caille, Cédric Appietto, Henri-Noël Tabary, Anthony Morganti, Thomas Muziotti – Nella sale dal 6 agosto

