È un bel film, “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino. Mi piacciono i suoi tempi volutamente lenti, i dialoghi asciutti, più che essenziali. Mi piacciono i giochi di sguardi e il sottinteso che viene proposto in ogni scena allo spettatore. È un bel film, in sostanza, ben recitato e ben diretto.
Ma non è di questo che voglio parlare. Del resto, le mie competenze di critico cinematografico sono meno di zero.
Voglio parlare, invece, di come si può rovinare un bel film (sempre delle “conseguenze” parliamo), con una quasi ultima scena, che potrà restare tra le inquadrature più iconiche della settima arte ma che il mio senso pratico, davvero, non riesce a farmi digerire.
E datemi pure dell’ultra razionalista, del cinico calcolatore, del rozzo materialista. Ditemi che un’opera cinematografica non si può piegare al mero scientismo solo per dar ragione ad un vecchio e rimbambito ingegnere. Ditemelo, coraggio, intanto non vi sto a sentire.
Per quanti non avessero mai visto il film e volessero godersi una bella proiezione (l’opera merita davvero), attenzione al seguente SPOILER! Non leggete oltre.
Dunque, siamo sostanzialmente all’ultima scena.
Il protagonista, un ex commercialista ricattato dalla mafia che lo usa per movimentare gli introiti del malaffare criminale, ha deciso di impossessarsi di una somma consistente e per questo, sospeso al tiro di una gru in quella che sembra una cava di inerte, deve decidere se confessare dove ha nascosto il denaro o se rassegnarsi a venir calato in un cassone di calcestruzzo appena confezionato.
Il nostro eroe ha deciso per l’omertà più assoluta e allora il bozzello del mezzo comincia ad abbassarsi portando il corpo del malcapitato verso l’inevitabile fine. Infatti, in una scena davvero spettacolare e di forte impatto emotivo, vediamo i piedi dell’uomo sfiorare la superficie mortale e poi affondare nell’impasto semi liquido. E in rapida successione, tutte le sue membra sprofondano, fino a quando anche la testa sparisce sotto la superficie grigiastra del conglomerato.
Ora, la domanda è: “può un corpo umano affondare in un impasto di calcestruzzo?”
No, non può. Semplice, categorico, incontestabile. Perché il suo peso specifico è circa un terzo di quello di tale materiale e dunque, nella migliore delle ipotesi, potrebbe immergersi fin quasi alle anche. Poi, le braghe (non quelle dell’attore, ma quelle che fissano il poveretto al bozzello) andrebbero in bando (perderebbero la loro tensione diverrebbero lasche) e il tentativo di occultamento, con quelle modalità, sarebbe destinato a fallire.
Una situazione del genere non riuscirebbe neppure se la prova fosse fatta in acqua. Notoriamente, anche in acqua, se si sta immobili si galleggia.
Ora, cosa può essere successo? Cosa è passato per la mente degli sceneggiatori? Davvero erano convinti che la mafia operi tecnicamente in questo modo quando infila i cadaveri nei pilastri? O è semplice sciatteria, mancanza di rispetto per lo spettatore boccalone? Temo sia questa la causa e la cosa mi disturba non poco.
Però, se qualcuno volesse invece ricamarci attorno un profluvio di allegorie e di messaggi celati si accomodi pure. Resto in attesa.

Maurizio Crozza imita Paolo Sorrentino
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