Cantanti_di_giacchetta_e_boss

Cantanti di “giacchetta” e boss di camorra

Non so quanti abbiano memoria di una figura del mondo musicale napoletano del trentennio 1930/1960: il “cantante di giacchetta”.
Ho avuto il raro privilegio di averne uno in famiglia, e non posso esimermi dal parlare del fascinoso mio zio Vincenzino, del quale porto il nome.
Superfluo dire che la grande passione del mio parente per la musica napoletana (era un bravo tenorino leggero), e il fatto che la esercitasse nelle feste di piazza e nei matrimoni degli anni del dopoguerra era, forse, disapprovata dai suoi genitori, persone sufficientemente abbienti.
Ma, almeno per una decina d’anni, “cantante di giacchetta” doveva essere, e quello lui fu.
Cosa rappresentava, quel tipo di interprete? Era, innanzitutto, un fine cesellatore delle canzoni melodiche, non disdegnando le incursioni nel repertorio drammatico.
Il termine “cantante di giacca” si riferisce, quindi, a un interprete di un genere, la canzone di giacca, nata tra la fine dell’800 e i primi del ‘900. Il nome derivava dall’abitudine degli artisti di esibirsi indossando la classica giacca, in deroga all’obbligo del frac in voga nei caffè-concerto dell’epoca. Rievocava perciò un modo di vestire e di stare sul palco.
Era una tipologia di cantanti che si esibiva in teatro, alle feste, ai matrimoni, alle cerimonie di famiglia.
Sempre compresi nel ruolo, potremmo dire: “seri”. Si contrapponevano al “cantante di camicia”: quello scanzonato, da strada, più legato alla macchietta o al folklore.
Il repertorio era tutto gelosia, passione, amori contrastati. Erano i precursori della futura “sceneggiata”. Gli epigoni furono Pino Mauro e Mario Merola: testimoni inizialmente di una cultura nazional-popolare, questi ultimi scivolarono poi nel racconto della malavita, del carcere, della mamma piangente e addolorata e dell’onore ferito.
Il cantante di giacca si esibiva, come detto, specialmente nelle feste di piazza e, poi, nei matrimoni, nei battesimi e cresime, nelle comunioni.
Partecipava, ovviamente, ai matrimoni che contavano: era richiestissimo alle cerimonie dei boss. Un matrimonio senza un cantante famoso in prima pedana, più quello di “giacchetta” in seconda, non era nemmeno immaginabile, specie nelle periferie dalla nostra capitale morale.
E, poi, come li intrattenevi, per ore, almeno 2/300 invitati, dal primo pomeriggio all’una di notte (tanta, di norma, la durata di quei banchetti e la quantità dei presenti).
Ma veniamo finalmente allo zio Vincenzino e alla vulgata sull’apice della sua carriera.
Come noto, la domenica successiva al 22 giugno si celebra a Nola la festa del patrono San Paolino, veneratissimo in loco. Il clou della manifestazione è nella processione dei Gigli, costruzioni lignee dell’altezza di circa 25 metri.
Ogni Giglio, pesante centinaia di chili, viene sollevato e manovrato a spalla dagli addetti al trasporto. Questi assumono il nome di “cullatori”, nome che deriva probabilmente dal movimento oscillante, simile all’atto del cullare.
Quindi, otto enormi obelischi di legno e una barca, portati a spalla da 128 cullatori per le vie del centro storico. La manifestazione, dal 2013, è Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO.
Verso la metà degli anni cinquanta il mio parente era tra quelli che, nella ringhiera sottostante al Giglio (laddove stazionavano il solista e alcuni suonatori), si esibiva per il pubblico a ogni sosta della macchina.
Il racconto prevedeva che, passando sotto le inferriate del carcere locale, il cantante avesse dedicato ben due pezzi a un detenuto che ne aveva fatto richiesta. La dedica accorata (“con l’augurio che alla prossima festa siate libero in mezzo a noi”) e la commozione reciproca, avrebbe fatto nascere un feeling immediato tra i due.
L’uomo era Pascalone ’e Nola, all’anagrafe Pasquale Simonetti, il capo della camorra di Nola negli anni ’40-’50.
Mesi dopo, in occasione di altra festa locale, don Vincenzino arrivò di buon mattino a Nola. Nel bar della piazza, dopo aver fatto colazione, si presentò alla cassa, ma il cameriere non volle assolutamente accettare il pagamento.
Ne seguì un confronto animato, al termine del quale l’addetto confermò che, se l’avventore era proprio don Vincenzino B. da Salerno, mai avrebbe pagato a Nola, perché “era persona” di una figura di rilievo.
Con le cautele d’uso, fu appurato finalmente chi fosse lo sponsor; si chiese un doveroso incontro. L’agnizione avvenne a un’ora stabilita dal boss.
Pascalone ricordò a Vincenzino l’avvenimento passato ed espresse la sua gratitudine per l’uomo che gli aveva dedicato, tempo prima, sincere parole di speranza. Ovviamente, ribadì che a Nola il cantante sarebbe stato considerato sempre un amico fraterno.
Fine della premessa.
Nel 1955 Pascalone sposò Pupetta Maresca. Per quegli ambienti, fu “il matrimonio del secolo”: lei venti anni, bellissima, lui un capo temuto e riverito. Poteva non essere chiamato, don Vincenzino, a cantare al matrimonio? Certo, non in prima uscita, ma una comparsata sul palco gli spettava, quasi di diritto. Certamente ci saranno stati altri artisti (almeno ipotizziamo), del calibro di Mario Merola, Mario Trevi, Aurelio Fierro.
Due mesi dopo, Pascalone fu però ammazzato in piazza Mercato da tale Gaetano Orlando, probabilmente nell’ambito di una guerra di camorra dei mercati ortofrutticoli. Il mandante si ritenne potesse essere stato Antonio Esposito, in gergo “Totonno e’ Pomigliano”, già testimone alle nozze del Simonetti.
Alcuni mesi dopo, il 4 ottobre del 1955, Pupetta – al sesto mese di gravidanza – uccise Totonno e’ Pomigliano, vendicando la morte del marito. Condannata a 13 anni e 4 mesi per omicidio, con l’attenuante della provocazione, fu graziata dopo oltre dieci anni di detenzione.
Della vicenda, clamorosa, Francesco Rosi trasse un film, “La sfida”, con una conturbante Rosanna Schiaffino.
Negli anni ottanta Pupetta fu, poi, un’esponente di spicco del clan camorristico, denominato “Nuova famiglia”. Ma questa è un’altra storia che esula dalla nostra.
Veniamo invece alla leggenda di don Vincenzino. Dopo la scomparsa di Pascalone, lui e Pupetta divennero due santi laici.
La storia del loro matrimonio, sublimata e abbellita nel ricordo, rispuntava, puntuale, a ogni tavolata di famiglia. Poi, lo zio, non esitava a cantare per noi alcuni pezzi, con il finale dedicato specialmente a Palomma di Armando Gill, perché era quella che piaceva di più al suo personaggio preferito.
Così, crescemmo a “Palomma te chiammava mamma toia”, mentre già nel cielo volavano le note di Tony Dallara e Adriano Celentano.
Ma se non conoscevi i classici partenopei degli anni venti e trenta, non eri degno di partecipare ai pranzi di famiglia.
E, bisogna ammetterlo, il ragù con salsicce, polpette, cotenna e tacchiulelle, valeva bene lo scontato riascolto di “Passione” e, ovviamente, di Palomma, con le conseguenti “lagremelle” nel finale.

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