C’è un’immagine che la storia americana ha scelto per raccontarsi a se stessa, e non è il grattacielo, non è la moneta, non è nemmeno la bandiera: è il cavallo selvaggio che corre libero attraverso le grandi praterie, senza recinto, senza padrone, senza altra legge che il proprio passo. Il Congresso lo scrisse per iscritto nel 1971, quando approvò il Wild Free-Roaming Horses and Burros Act: quegli animali sono “living symbol of the historic and pioneer spirit of the West”. Non un ornamento del paesaggio. Un simbolo per legge.
È contro questo simbolo, proprio ora, che si accanisce un’amministrazione in caduta libera nei sondaggi.
Il dato non è un’opinione: è aritmetica. Approvazione presidenziale al 38,2%, disapprovazione al 58,8%, un netto di meno venti punti che non lascia margini di lettura ottimistica. Tra gli indipendenti, il 34% — sotto la soglia che nel 2018 anticipò l’onda democratica. Il vantaggio nel voto generico per il Congresso si allarga di settimana in settimana, sei, sette, otto punti a seconda dell’istituto. Non è più rumore statistico. È una traiettoria.
E le traiettorie in caduta, quando non trovano appigli in alto, cercano bersagli in basso.
Così, mentre l’apparato istituzionale viene scavalcato con un tweet — la riduzione delle esercitazioni con Seoul decisa senza preavviso, l’“Economic D-Day” contro l’Iran annunciato senza specificare una sola misura concreta — il bilancio federale trova il tempo e la voce per colpire 73.000 cavalli selvaggi rimasti sulle terre pubbliche, altri 64.000 già rinchiusi in attesa di un destino deciso a tavolino. Si propone di tagliare del 25% i fondi al programma che li protegge. Si prova a cancellare, in silenzio, un divieto di macellazione vecchio di decenni.
Il Congresso, va detto con onestà, ha finora tenuto la linea. Diciassette senatori, ottantatré deputati, bipartisan, hanno respinto la proposta a luglio. La forma giuridica regge.
Ma la sostanza, come spesso accade in questa stagione politica, trova la strada laterale: cavalli radunati con gli elicotteri, venduti per venticinque dollari a intermediari che li rivendono per settecentocinquanta a impianti di macellazione, alcuni oltreoceano. Il New York Times lo ha documentato pochi giorni fa. Un’operatrice di santuario lo ha detto con una frase che meriterebbe di restare: il governo dichiara pubblicamente che la macellazione è fuori discussione, e intanto la lascia accadere alla luce del sole.
È lo stesso meccanismo che abbiamo visto altrove, in altre stagioni di questa presidenza: la forma sopravvive, dichiarata, intatta, fotografabile. La sostanza si svuota per via laterale, per definanziamento, per omissione, per un mercato lasciato libero di fare ciò che la legge, sulla carta, vieta.
Ma qui c’è qualcosa in più della semplice ripetizione dello schema. C’è una coincidenza che è essa stessa un giudizio.
Perché non è casuale che un potere che sente scivolarsi la propria libertà d’azione — nei sondaggi, nel Congresso, nell’opinione pubblica, persino tra i propri alleati militari e diplomatici — scelga come bersaglio l’animale che più di ogni altro incarna la libertà senza catene. Non è ironia letteraria forzata: è la logica stessa del potere che, non potendo più controllare la propria narrazione, si accanisce su ciò che gli sfugge nel modo più letterale, più fisico, più visibile. Un cavallo che corre libero su terreno pubblico è, semplicemente, qualcosa che nessuno può possedere del tutto. Ed è precisamente questo — l’incontrollabile — che una presidenza in affanno non sopporta più di vedere.
Verga insegnava che la verità dei fatti sta nei dettagli minimi, non nei proclami. E il dettaglio minimo, qui, è un prezzo: venticinque dollari per comprare un cavallo, settecentocinquanta per rivenderlo alla morte. In quella differenza, in quello scarto tra la parola pubblica e la transazione privata, sta l’intera parabola di un potere che dichiara di proteggere mentre lascia fare.
Restano, va detto per onestà analitica, le ragioni reali dietro la crisi: il sovraffollamento dei recinti, il costo della detenzione che divora ogni budget, un problema di gestione irrisolto da decenni sotto amministrazioni di ogni colore. Non è tutto invenzione di questa presidenza. Ma la scelta tra le alternative esistenti — il controllo delle nascite, il ripristino degli habitat, sostenuti dall’ottanta per cento degli americani secondo i sondaggi di settore — e la rimozione silenziosa di un divieto di macellazione, è essa stessa la risposta alla domanda che conta davvero: quale priorità prevale, quando un potere in caduta cerca dove atterrare.
I cavalli selvaggi non voteranno a novembre. Ma il modo in cui sono trattati, proprio in queste settimane, dice più di qualunque sondaggio su cosa resti, oggi, dello spirito pionieristico che l’America ama raccontare di sé stessa — e su chi, in questo momento, lo sta smontando pezzo per pezzo, mentre la propria parabola personale scende.

Cavalli selvaggi negli USA

👍❤️
Non so più cosa pensare…Quest’amministrazione ha messo scompiglio in tutto il mondo: ora se la prende anche con il simbolo del proprio “Paese”: miseria a satana biondo!